Una relazione sentimentale tra due giudici del Tribunale federale – oggi conclusa – sta facendo discutere mondo politico e giuridico svizzero. La vicenda solleva interrogativi sul rispetto della legge e sul ruolo di controllo del Parlamento sul potere giudiziario.
I fatti accertati
I due giudici hanno confermato alla commissione amministrativa del Tribunale federale di aver avuto una relazione. A rivelarla pubblicamente è stata la testata Die Weltwoche, che ha parlato di arrivi e partenze insieme dall’ufficio, vacanze condivise e atteggiamenti affettuosi in pubblico.
Il Tribunale federale, interpellato dai media, ha precisato che la relazione è terminata prima della pubblicazione dell’articolo e che sarebbe iniziata dopo il 2024.
Il nodo legale: convivenza stabile o no?
La legge vieta a coniugi, partner registrati o persone che convivono stabilmente di esercitare contemporaneamente la funzione di giudice al Tribunale federale.
Il punto centrale è stabilire se la relazione in questione possa essere considerata una convivenza stabile. Se così fosse, i due avrebbero violato i propri doveri d’ufficio.
La dimensione politica della vicenda
La rivelazione porta la firma dell’ex consigliere nazionale UDC Christoph Mörgeli. Uno dei due giudici coinvolti era stato eletto proprio su proposta dell’UDC, ma negli anni ha perso il sostegno del partito, ritenuto troppo “morbido” in materia di migrazione. L’UDC aveva tentato senza successo di impedirne la rielezione.
Anche la giudice coinvolta era stata eletta in quota UDC. Il caso, dunque, si inserisce in un contesto politico già teso.
“Bisogna cambiare le regole”
“La necessità di dover intervenire è riconosciuta da tempo in realtà, si è visto che bisogna cambiare le regole”, ha raccontato di recente a SRF Leo Müller, Consigliere nazionale del Centro e presidente della Commissione giudiziaria.
“Il caso attuale può accelerare il dibattito politico. Dobbiamo chiarire cosa vogliamo fare, quali misure riteniamo necessarie e quindi affrontare il lavoro in Parlamento per modificare la legge”, ha aggiunto.
Il consigliere nazionale ha sottolineato l’importanza della separazione dei poteri: “Dobbiamo prestare massima attenzione alla divisione dei poteri, non possiamo dimenticare questo aspetto ma allo stesso tempo dobbiamo avere gli strumenti necessari per intervenire sul Tribunale federale quando è necessario”.
Il dibattito è già in corso. Si discute su chi debba avere la competenza di avviare misure disciplinari contro i giudici del Tribunale federale in caso di violazioni gravi o intenzionali.
Verso un “tribunale di giustizia”?
Un’iniziativa parlamentare depositata lo scorso anno dalle Commissioni della gestione propone la creazione di un cosiddetto “tribunale di giustizia” incaricato di giudicare i magistrati federali sospettati di comportamenti scorretti.
Il modello esiste già in diversi cantoni e avrebbe due vantaggi: essere esterno al Tribunale federale, con possibilità di ricorso, e, allo stesso tempo, indipendente dalla politica.
Una riflessione avviata da tempo
A far scattare l’iniziativa erano stati i comportamenti inopportuni avvenuti qualche anno fa presso il Tribunale penale federale di Bellinzona.
L’assenza di misure disciplinari meno drastiche rispetto alla destituzione era stata criticata 10 anni fa dal GRECO (Gruppo di Stati contro la corruzione), l’organizzazione internazionale anticorruzione a cui ha aderito anche la Svizzera.
Un sistema da ripensare
La vicenda riporta al centro anche il rapporto tra politica e giustizia. I giudici federali devono appartenere a un partito e versare una parte della loro retribuzione alla formazione politica di riferimento. Un sistema che rende quasi impossibile l’elezione di magistrati indipendenti.
Uno dei due giudici coinvolti potrebbe tentare di ricandidarsi per un nuovo mandato di sei anni, dopo aver lasciato l’UDC. Ma, dopo le rivelazioni della Weltwoche, la strada appare ancora più in salita.








