Ben vestito, tablet sottobraccio, cartella griffata. È asiatico, cinese . Mangia male e va di fretta come fanno i mercati da qualche giorno. Sparisce in un colloquio bilaterale. Deve fare affari, buoni affari. Qui se ne fanno un sacco, pare. Pare. Il suo smartphone emette un suono. È una notifica che non leggerà. Non avrà tempo. Non leggerà che Joe Biden, vicepresidente degli Stati Uniti, ha parlato come Joseph Stiglitz all’Open Forum:“All’aumento della produttività non è coinciso un aumento dei salari”. Che detto da uno che rappresenta la più grande economia capitalistica sa tanto di barzelletta.
Ma siamo al WEF, qui è facile “essere impegnati per migliorare lo stato del pianeta”, come recita lo slogan degli organizzatori. È ancora più facile se sei a fine mandato e, sostanzialmente, sei una seconda linea. Lo sa bene Kevin Spacey, ospite oggi di Davos. Ancora meglio Frank Underwood, il personaggio che interpreta nella fortunata “House of Cards” e che, da vice, ha trascinato all’impeachment il presidente e, compiaciuto, ha fatto suo lo Studio Ovale. Un maestro dei giochi di potere. Sua la citazione: “Dopotutto, non siamo niente di più di quello che scegliamo di rivelare”. Che è il trucco del WEF, una sceneggiatura già scritta.
Gli ospiti fanno accordi, fanno affari, tutti dietro le quinte, ma poi si parla di idee illuminate prêt à porter. Tanto per dimenticare che tra i commensali c’è anche chi ha creato quei problemi (guerre, disuguaglianze e migrazioni) che, tra un gala al Belvedere e una stretta di mano inghiottita dai flash, vuol far credere di risolvere.
Davide Paggi






