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I soldi nel pallone

Il crollo di un sistema fatto di calcio, finanza e denaro in nero: la morte di Helios Jermini svela le ombre della piazza finanziaria ticinese e la fine di un’illusione di ricchezza

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Soldi nel pallone

Edizione straordinaria 12.01.2026, 20:40

Di: Lorenzo Buccella e Lorenzo Mammone 

È iniziata la terza stagione di “Edizione straordinaria”, il programma che rilegge casi di cronaca appartenenti a un recente passato della Svizzera italiana. La prima puntata indaga la tragica fine di Helios Jermini, presidente dell’FC Lugano, la cui scomparsa nel 2002 rivelò un profondo dissesto finanziario. L’episodio ricostruisce l’epoca della “Lugano da bere” e l’impatto dello “scudo Tremonti”, che portò alla luce il “buco tappabuco“ di 60 milioni di franchi creato da Jermini per sostenere la “grandeur calcistica” del Lugano. Un’analisi delle dinamiche finanziarie e sportive che hanno reso questa vicenda metafora di una piazza finanzia cresciuta a dismisura grazie al fiume di soldi dell’evasione fiscale in Italia che inondava i nostri istituti bancari:

La fine di una lunga stagione

Quella sera, allo stadio, il seggiolino in tribuna resta vuoto e tutti gli sguardi finiscono lì. Per una volta, infatti, le attenzioni delle persone presenti a Cornaredo più che sul terreno di gioco dove va in scena Lugano - Grasshopper sono calamitate da quello che sta succedendo sugli spalti, perché solitamente Helios Jermini, il presidente del FC Lugano, non manca mai un appuntamento. Ora però, a corroborare le voci che lo danno irrintracciabile da due giorni, viene diramato anche un comunicato della polizia che lo annuncia tra le persone scomparse. E l’apprensione che si respira in quel  6 marzo del 2002 si tramuta in sconcerto il giorno successivo, quando dal lago di Lugano, a Brusino, non molto distante dal confine con l’Italia, riemerge un’auto. Dentro, il corpo dello stesso Jermini, quello di una delle persone più conosciute non soltanto nell’ambiente sportivo svizzero, ma anche in quello della piazza finanziaria ticinese, per via della sua lunga attività prima da operatore finanziario in banca e poi come gerente in prima persona di una fiduciaria. 

Proprio per questa la notizia del suo suicidio non può che scombussolare il Ticino, aggiungendo un’ulteriore conferma a un sentore sempre più diffuso anche in altri ambiti. La stagione della “Lugano da bere” sembra ormai definitivamente alle spalle, una stagione che solo fino a pochi anni prima aveva fatto nascere grandi ricchezze, diffondendo un benessere generale e persino riportando alla ribalta nazionale una squadra di calcio dopo tanti campionati anonimi.  

Ad alimentare quest’euforia contagiosa che scorre lungo tutto l’arco degli anni Ottanta e una buona parte degli anni Novanta è soprattutto la crescita continua della piazza finanziaria capace di attirare sempre più clienti. Soprattutto quelli in arrivo dall’Italia, perché tanti sono i capitali depositati lì per sfuggire al fisco del loro paese. Del resto, due sono le condizioni che permettono l’afflusso di tutti questi soldi in nero. Da una parte il segreto bancario che garantisce una discrezione assoluta, dall’altra il fatto che in Svizzera non è reato gestire denaro sottratto alla fiscalità altrui.

Un perfetto ingranaggio che però inizia a incepparsi proprio alla fine del 2001. Dopo un anno, segnato da grandi eventi sconvolgenti (l’11 settembre, la sparatoria di Zugo, il grounding Swissair, l’incidente nella galleria del San Gottardo) ce n’è uno che all’inizio passa quasi inosservato. In Italia, dopo 5 anni di opposizione, Silvio Berlusconi torna al governo e nomina come ministro dell’Economia e delle Finanze una persona come Giulio Tremonti che conosce molto bene i meccanismi della piazza finanziaria ticinese. Non a caso, nel giro di pochi mesi, ideando quello che passerà alla storia come il primo scudo Tremonti, l’Italia s’impegnerà perché i tanti capitali italiani nascosti all’estero possano rientrare in patria attraverso una sanatoria, molto simile a un condono. Si paga una semplice tassa forfettaria del 2,5% e i soldi in nero tornano a essere legali.

Gli effetti dello scudo Tremonti

Un espediente che in Ticino crea non pochi nervosismi, perché per la prima volta la lancetta dei flussi di denaro tra Svizzera e Italia inizia a invertire la sua direzione e non sono pochi i risparmiatori italiani allettati dalla nuova prospettiva. Tra questi, anche alcuni storici clienti della Lagestion, la fiduciaria di Helios Jermini. Non a caso, il presidente del Fc Lugano risulta irreperibile proprio nel giorno in cui questi clienti erano in procinto di venire da lui per firmare le carte indispensabili alla pratica dello scudo. E la motivazione di quella sparizione viene a galla soltanto dopo la morte di Jermini: i soldi su quei conti non ci sono più, perché per oltre un quindicennio sono stati prelevati all’insaputa dei clienti per coprire le perdite della società di calcio. L’inchiesta arriva a certificare la grandezza del buco finanziario ed è qualcosa come 60 milioni di Franchi.

La grandeur calcistica

D’altronde, l’idea di grandeur che stava dietro alla risalita dell’ FC Lugano nelle graduatorie del calcio svizzero aveva bisogno di grandi capitali. Soprattutto, quando nel 1990 dal Brasile iniziano ad arrivare campioni mai visti a queste latitudini come Mauro Galvao, il libero della nazionale verdeoro ai mondiali di Italia ‘90. E i risultati non si fanno attendere attraverso un percorso che diventa apoteosi il 31 maggio del 199 quando il Lugano si aggiudica la Coppa Svizzera battendo in finale 4 a 1 il Grasshopper.

Un trionfo che tuttavia non porterà in dote grandi aumenti nell’entrate del club, visto che l’affluenza di pubblico a Cornaredo rimarrà scarsa. E questo nonostante i bianconeri inizino percorsi europei che li porteranno nel giro di pochi anni a giocare al Santiago Bernabeu contro il Real Madrid (1993) e a vincere persino a San Siro nell’ormai storica di sfida all’Inter allenata da Luisito Suarez (1995).

Il meccanismo del buco tappabuco

Ma una società di calcio in Ticino è difficile da sostenere a questi livelli ed è proprio per mantenere questi standard che Jermini comincia ad attingere in maniera sempre più corposa dai conti dei suoi clienti, generando quello che nel mondo della finanza viene chiamato il meccanismo del buco tappabuco. Una spirale di spostamenti di soldi da un conto all’altro che con l’andar del tempo non fa altro che allargare la voragine finanziaria. Ed è una tipologia di malversazione che sulla piazza finanziaria ticinese non capita di rado, vista l’alta percentuale di soldi in nero presenti sui conti bancari. Quando poi queste ombre si infittiscono, lo scoppio di una crisi diventa inevitabile. 

Del resto, era già successo qualcosa di simile agli albori degli anni Settanta con il fallimento della banca Vallugano e poi nel 1977 con lo scandalo della fiduciaria Texon che mette a dura prova l’esistenza di una banca come il Credito svizzero, all’epoca uno delle più importanti del paese.

La reazione agli scandali

Eppure, in tutte queste occasioni la piazza finanziaria ticinese riesce sempre a trovare la forza di reagire. E questo succede anche quando nel 1993 in Italia scoppia Tangentopoli, lo scandalo che rivela qualcosa che già tutti sospettano: sui conti svizzeri non ci sono i soldi in nero dell’evasione fiscale italiana ma anche quelli della corruzione. Il subbuglio mediatico e giudiziario che da lì si scatena crea divisioni tra chi vorrebbe aprire un’inchiesta per indagare il grado di responsabilità delle banche svizzere in queste operazioni e chi invece difende a spada tratta la privacy dei clienti.

Segni dei tempi che stanno cambiando ed è qualcosa che si vede bene nel senso generale di declino che colpisce lo sport ticinese, e in particolare l’FC Lugano che dopo i trionfi conosce anche i tonfi e retrocede persino in serie B. Finché poi dal nulla sbuca la figura di un nuovo investitore che più ambiguo di così non si può: Pietro Belardelli.

Il calcio come metafora di un paese delle iperboli

Per tanti, l’arrivo di Belardelli a Lugano che porta con sé grandi proclami di rilancio, non è che l’inizio della fine. I debiti di accumulano, i sospetti aumentano e la figura dell’imprenditore romano diventa il simbolo della situazione disperata in cui versa Jermini. Non a caso, quando Belardelli scappa da Lugano, lasciando debiti ovunque, è lo stesso presidente del Lugano a ripianare le pendenze, attingendo ancora una volta ai soldi in nero dei suoi clienti e allargando il suo baratro finanziario. Un buco che diventa visibile a tutti dopo la sua morte e che è difficile non leggere come metafora della condizione in cui viveva il Ticino in quel periodo. Un vivere al di sopra delle proprie possibilità, ma a cui però nessuno avrebbe voluto rinunciare per l’alto grado di ricchezza generale raggiunto. Un benessere fatto di molte luci ma anche di tante ombre. Quelle dei soldi nero di una piazza finanziaria che negli anni successivi ha dovuto confrontarsi con un contesto che radicalmente stava cambiava, fino ad arrivare all’abbattimento del più grande totem eretto dal mondo economico svizzero: il segreto bancario.

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