Ci sono lavori che tutti immaginano, e altri che quasi nessuno vede mai. Il “guardiano delle dighe” appartiene a questa seconda categoria. È un mestiere fatto di presenza costante, attenzione ai dettagli e percorsi che sembrano usciti da un romanzo d’avventura: cunicoli scavati nella roccia, trenini sotterranei, teleferiche sospese nel vuoto, funivie che risalgono la montagna. E soprattutto, ogni giorno, la responsabilità di accorgersi per tempo di ciò che potrebbe non funzionare. Per raccontarlo bisogna salire in quota, in alta Valle Bavona, dove sotto le montagne lavorano le officine idroelettriche della Maggia. È qui che dighe, gallerie e centrali producono energia, in gran parte lontano dagli occhi di chi vive a valle. Impianti complessi, nascosti, che richiedono manutenzione continua, verifiche regolari e una sorveglianza capillare per evitare guasti e interruzioni inattese.
Per un giorno il Quotidiano ha seguito Eros Cauzza, il guardiano di questi impianti. Il viaggio parte da Piano di Peccia, nella valle accanto. Già l’avvicinamento racconta molto del luogo mentre a Robiei non arriva nessuna strada. Qui una parte importante della vita operativa deve funzionare in autonomia. Quando gli accessi sono liberi dalla neve, spostarsi è più semplice e sicuro. Ma in montagna il tempo cambia in fretta, e per non dipendere troppo dalla meteo si usano anche percorsi invisibili dall’esterno come gallerie lunghe sei chilometri, in funzione da trent’anni, percorse da un piccolo trenino. Poi si prosegue con le teleferiche, quindi con la funivia.
È un avanzare per tappe dentro un paesaggio che, anche per chi lo conosce da decenni, non smette di colpire. La neve ancora copre tutto, anche se meno di un tempo. Eros Cauzza, che qui lavora da 32 anni, lo dice con la semplicità di chi ha visto cambiare la montagna stagione dopo stagione. Rammenta che nel 2014 c’erano tre metri di neve; negli anni Settanta si parlava addirittura di 13 o 14 metri. Oggi il confronto con il passato è inevitabile, e il cambiamento climatico entra nei discorsi non come un tema astratto, ma come qualcosa che si misura sul terreno, ogni inverno. Il lavoro del guardiano, però, non lascia molto spazio alla contemplazione. Tra i controlli da effettuare ci sono quelli sulla struttura stessa degli impianti, i monoblocchi in cemento, gli sbarramenti, le parti inserite nella roccia, i segni minimi che acqua, pressione e tempo possono lasciare. È un lavoro di osservazione e prevenzione.
Alla centrale di Robiei lavorano una decina di persone. In questo periodo le cinque turbine sono ferme per manutenzione: uno stop programmato, necessario, che però non sospende affatto le verifiche. Anzi, le rende ancora più centrali. Da questi impianti del Ticino dipende circa un terzo della produzione di energia delle Officine Idroelettriche della Maggia. Anche in un sistema altamente tecnologico - quindi - il fattore umano resta decisivo. Lo spiega Giovanni Belotti, assistente alla sicurezza di Ofima, chiarendo che un impianto di questo tipo è, per definizione, un impianto tecnico, e la tecnica può sempre avere un cedimento. Per questo bisogna essere pronti ad anticipare eventuali problemi, soprattutto quando si parla di sicurezza. Nel caso degli sbarramenti, aspettare che un’anomalia si manifesti apertamente può essere troppo tardi.
Le apparecchiature sono così monitorate dalla sala comando con sensori, strumenti e una parte fondamentale del lavoro passa da lì. Ma non basta. L’ispezione regolare da parte di un tecnico sul posto, di un guardiano, rimane obbligatoria. La presenza fisica consente di cogliere la situazione nel momento esatto in cui si presenta, con uno sguardo che nessun sistema a distanza può sostituire del tutto. È lo stesso Ufficio federale dell’energia a stabilire per tutti gli sbarramenti svizzeri una serie di controlli precisi, da eseguire secondo modalità rigorose. Eros Cauzza quei luoghi li percorre da una vita. Cunicoli, gallerie, centrali. Verrebbe da pensare che ormai li conosca a memoria. E invece lui stesso ridimensiona subito l’idea. Dopo 32 anni di lavoro, dice, non conosce ancora tutto. La rete degli impianti è talmente vasta e intricata da assomigliare a una ragnatela, a un intreccio continuo, un incrocio sopra l’altro.










