L’immigrazione è un tema sensibile. Divide, unisce, porta alle urne la popolazione, fa agire la politica. Per gli esperti bisogna capire come nel corso degli anni integrarsi abbia assunto forme diverse e, di conseguenza, cambiare se necessario le strategie di integrazione. Sul tema, questo venerdì a Bellinzona, il Soccorso Operaio Svizzero, che lavora con persone di origine straniere, ha organizzato una conferenza.
“Non esiste più un gruppo maggioritario - sottolinea, ai microfoni del Quotidiano, Rosita Fibbi, sociologa della migrazione dell’Università di Neuchâtel -. L’acculturazione, l’adattamento dei nuovi arrivati si fa in una realtà molto diversificata. Quindi è su nuove basi che si deve costruire un’integrazione della società e non degli immigrati”.
Ed è per questo che, tra le riflessioni di oggi, c’è anche un interrogativo. Il termine integrazione è ancora attuale? Nel cantone sono attivi 120 progetti e i partner sono 80. “L’integrazione in Ticino, come in tutta la Svizzera, è un percorso e un processo che ci impegna, come Servizio per l’integrazione, ogni giorno”, afferma la delegata cantonale Michela Trisconi. “Collaboriamo con enti, con i comuni, e anche con strutture ordinarie, quindi con le scuole, gli uffici delle assicurazioni sociali, proprio nell’idea di rendere fruibili una serie di diritti e di offerte a tutta la popolazione residente ma anche straniera”.
Dall’integrazione alla coesione sociale
Parliamo di corsi linguistici, di settimane tematiche, come quella contro il razzismo, o ancora di progetti partecipativi e culturali. E lo scambio di esperienze tra cantoni, è importante. In Romandia, a Vernier o Thonez si è sperimentato il “Consiglio degli abitanti”. “L’idea è mostrare che è possibile pensare a una forma di cittadinanza locale che sia inclusiva, che non sia basata sulla distinzione statutaria, migrante o cittadino svizzero”, spiega Matteo Gianni, politologo dell’Università di Ginevra. “E che sia possibile - prosegue - co-costruire delle decisioni comuni attraverso un processo deliberativo che nelle città menzionate le istituzioni poi considereranno seriamente e cercheranno di applicare”.
Chi studia le leggi e i contenuti dei messaggi istituzionali rivolti agli stranieri, come le informazioni sul significato di integrarsi in Svizzera, ha però un timore. “Non è che va tutto male, ma sicuramente può andare meglio - fa notare Filippo Contarini, storico del diritto all’Università di Losanna -. Perché quello a cui assistiamo, lo chiamiamo integrazione e invece sembra che stiamo tornando all’assimilazione”.
Per gli esperti una soluzione è guardare al futuro in termini di inclusione, un concetto più esaustivo per affrontare la società di oggi.







