La LATI, principale azienda casearia della Svizzera italiana, ha chiuso i battenti da oltre un anno e mezzo. Questa chiusura ha generato una crisi non ancora assorbita da un settore che, tra i vari problemi, deve affrontare per esempio quello della sovrapproduzione.
Circa l’80% del latte ticinese, per essere trasformato, viene mandato in Svizzera interna. Una piccola quantità viene comprata dal caseificio del Gottardo e da altri piccoli caseifici. Rimane quindi una percentuale di sovrapproduzione di cui le aziende svizzero tedesche non si fanno più carico e a cui la Federazione ticinese dei produttori di latte (FTPL) cerca di sopperire. SEIDISERA ne ha parlato con Andrea Bizzozero, vicepresidente della FTPL.
La reazione del settore
La FTPL cerca di monitorare costantemente la situazione e cerca di mettere da parte dei fondi da usare nei periodi primaverili, quando la produzione di latte è notevole. “Durante il periodo estivo, quando c’è il carico degli alpeggi, non si pone più il problema” della sovrapproduzione del latte, spiega Andrea Bizzozero “perché sono poche le aziende che producono, quindi rimane poco latte in Ticino”.
FTPL, Cantone, Unione dei contadini e attori della grossa distribuzione stanno cercando delle soluzioni per lavorare il latte in Ticino, magari puntando su prodotti freschi come le mozzarelle o le robiole, che non andrebbero a intaccare un mercato già saturo come quello dei formaggi stagionati. Secondo Bizzozero imbottigliare il latte pastorizzato in Ticino è una buona alternativa, ma vista la scadenza del prodotto a breve termine non ci si può aspettare grandi numeri. Non è invece un’opzione plausibile quella di riportare sul territorio l’imbottigliamento del latte uperizzato UHT, ovvero con scadenza a lungo termine. Per il solo latte pastorizzato “bisognerebbe fare un grossissimo investimento con dei costi elevati”, riferisce il vicepresidente di FTPL.
Diminuire la produzione potrebbe in parte risolvere il problema della sovrapproduzione, ma significherebbe anche ridurre il numero di mucche, fondamentali per gli alpeggi nei mesi estivi. Il problema rimane e per avere risposte si aspetta giugno, quando la federazione, l’Unione dei contadini e il Cantone dovranno presentare una potenziale soluzione.
Un esempio di autoproduzione
Nonostante in Ticino, al momento, sia molto difficile pensare di imbottigliare tutto il latte locale, c’è chi ci sta provando. Da un paio di settimane la Masseria Ramello di Cadenazzo sta imbottigliando una parte di produzione propria. È l’unico privato ad avere, attualmente, una macchina per pastorizzare e imbottigliare. Tre giorni è il tempo che passa dalla mungitura all’arrivo del prodotto sugli scaffali.
L’idea ad Adrian Feitknecht, titolare della masseria, è venuta prima della chiusura della LATI ma, quando questa ha cessato l’attività, l’azienda ha iniziato a informarsi su pastorizzazione e imbottigliamento, passando anche per un periodo di test. “Da inizio febbraio siamo sugli scaffali della grande distribuzione”, racconta l’imprenditore agricolo.
La masseria non è ancora in grado di lavorare tutto il latte che produce, ma solo circa il 50%. “L’obiettivo è quello di arrivare (alla lavorazione, ndr) di almeno tre quarti”, cosicché si riesca ad avere un margine di sicurezza per le comande. Un latte a km 0, cosa che “permette di dargli una scadenza che reputo sicuramente sufficiente”, un paio di settimane, per un prodotto poco lavorato.
Il mercato, secondo Feitknecht, c’è, ma bisogna far fronte ai costi: “La grande distribuzione deve valutare se questo piccolo surplus (da far pagare al consumatore ndr), per il nostro latte regionale, vale la pena o no”. La Masseria Ramello ha ottenuto un prezzo funzionale con la grande distribuzione. “Non saremo mai concorrenziali con una grande latteria, ma non è l’obiettivo”, poiché “rimaniamo un prodotto di nicchia, un prodotto premium”, conclude Adrian Feitknecht.






