“Una festa fighetta dove si regalano le rose, ci si veste bene e si spendono dei soldi per andare al ristorante”. Questo oggi, perché come spiega alla RSI l’antropologo Paolo Francesco Campione, direttore del Museo delle Culture (Musec) di Lugano, non è sempre stato così: “La festa del 14 febbraio ha origine nell’antichità cristiana del V secolo, periodo a cui risale la devozione al cuore tramite la figura di San Valentino. Ma potrebbe anche trattarsi della risemantizzazione di una festa più antica, quella dei Lupercalia romani, dove c’erano cerimoniali che incitavano all’unione del maschile e del femminile, nel senso di risveglio della natura”.
L’uso devozionale del muscolo cardiaco è infatti diffusissimo: “Dal cuore di Gesù che sanguina alle tante congregazioni religiose che utilizzano il cuore come elemento di una devozione intima, profonda, che tocca e ci tocca dentro”. Di questo si appropria l’universo cavalleresco e la cultura alta dell’esoterismo cristiano nel Medioevo.
Bisogna attendere la metà dell’Ottocento, quando nelle classi altoborghesi degli Stati Uniti nasce una moda che, come spiega il direttore del Musec, “segna il passaggio dalla devozione alla festa attraverso gli auguri. Parlo dei bigliettini d’amore con i cuori, i cosiddetti valentini, in inglese valentines, che si scambiano tradizionalmente il 14 febbraio. È vero che si diffonde, ma dall’alto verso il basso, perché resta un fenomeno colto di una borghesia che sa leggere e scrivere. Resterà così per un centinaio di anni”.

I "Valentini" per lo più rossi
Il passaggio da costume borghese a festa “tout court” avviene a metà degli anni ‘50. “Quando accade qualcosa di nuovo, la borghesia lascia spazio a una più ampia classe sociale dotata di reddito. Scompare la dicotomia tra città e campagna e tra mondo borghese e mondo dei poveri. Con il boom economico una grandissima quantità di persone si appropria di mezzi e costumi che non sono quelli delle classi proletarie contadine”, spiega Campione.
“Allora San Valentino diventa la classica ‘festa’ che fa presa su una massa che non vede l’ora di abbandonare le scarpe piene di creta e mettere gli scarpini eleganti. Una festa popolare? No”, osserva lo studioso. “L’aggettivo non mi suona bene, perché tutto questo non nasce da un bisogno del popolo. È una festa pagana, che si è risemantizzata in una devozione cristiana che è sopravvissuta nell’alveo delle classi più colte durante il Medioevo e l’Età moderna. Per poi trasformarsi in costume borghese, grazie all’invenzione dei biglietti d’auguri e allo sviluppo della posta. Un mito borghese che, infine, ha attratto le masse. Anche per questo non c’è una vera e propria festa. È il trionfo della borghesia”.
Cuoricini, cuoricini
E poi c’è il cuore. Rosso, palpitante, ma sempre più depotenziato. Il simbolo imperversa spesso sui nostri cellulari, ma soprattutto dilaga in questo sabato, 14 febbraio, giorno di San Valentino (insistiamo per chi se ne fosse scordato). A sviscerare, qui di seguito, questa icona globale è un articolo di Ulrike Leszczynski, firma del giornalismo scientifico per la Deutsche Presse-Agentur.
La sua prima constatazione è che la nascita di questo pittogramma, una delle emoji più impiegate nella comunicazione digitale, ha ben poco a che vedere con l’organo umano più importante. Per trovare nella storia dell’arte una delle prime raffigurazioni anatomicamente corrette bisogna infatti attendere gli inizi del 1300, quando Giotto affresca, nella Cappella degli Scrovegni a Padova, una donna con un cuore in mano. Il pittore raffigura in questo modo la Carità che porge l’attributo dell’amore donato a Dio e al prossimo. I richiami al vero impressionano ancora oggi: “La somiglianza con la realtà è molto evidente. Si vedono le coronarie, oltre ai grandi vasi sanguigni”, osserva il cardiologo tedesco Armin Dietz, ex primario e autore di un libro sulla storia culturale delle sepolture del cuore. “Giotto deve aver visto un’autopsia”, sostiene. E se lo dice lui.

Il cuore nella mano della Carità di Giotto a Padova
Battevano invece altri sentieri più fantasiosi gli illustratori delle canzoni dei trovatori medievali. Disegnavano il cuore, offerto allegoricamente all’amata, come una specie di pigna. La loro idea era ancora molto legata alla tradizione del medico e filosofo greco Galeno del II secolo d.C., che descriveva il muscolo cardiaco in questo modo. Ma si sbagliava, perché ai suoi tempi probabilmente conosceva solo degli esempi animali.
Rosso come la passione
Nelle miniature di libri medievali provenienti dalla Francia compare anche un nuovo elemento: il colore della passione. Il simbolo del cuore rosso, dalla bella forma, sarebbe stato creato ricorrendo ad antiche decorazioni di edera e foglie di fico. L’origine botanica finisce con l’imporsi: “Anche quando le conoscenze anatomiche corrette si diffusero, non furono più in grado di eliminare questa semplice forma di cuore dal linguaggio visivo”, afferma Dietz. Il simbolo del cuore non era più un organo, ma un concetto. “Inoltre, a partire dal XIV secolo, in molti Paesi è stato utilizzato anche come seme per le carte da gioco”.
Tuttavia, la strada che porta a San Valentino e infine alle emoji sugli smartphone (dove compare già nel primo set giapponese di emoji nel 1999) non è così lineare. “Penso che l’intero simbolismo del cuore nel Medioevo europeo possa essere compreso solo in relazione alla fede cristiana”, afferma Gunther Hirschfelder, studioso di antropologia culturale all’Università di Regensburg. “Il rosso rappresenta l’amore di Dio per le persone”. La gente di quel tempo non poteva immaginare un mondo senza religione.

Miniatura dal testo di René d'Anjou, "Le Mortifiement de Vaine Plaisance", "La mortificazione del piacere vano" (1470 ca)
È stato solo con l’Illuminismo e, soprattutto, con la secolarizzazione nel XIX e XX secolo che il significato del cuore rosso si è spostato principalmente nell’ambito laico, spiega Hirschfelder: “È diventato il simbolo centrale dell’amore reciproco tra le persone”. A partire dagli anni ‘50 del secolo scorso, il significato si è esteso alla sessualità. “E oggi simboleggia l’affetto in generale”, spiega Hirschfelder.
Un simbolo che sta perdendo colpi
Che il cuore perdesse un po’ la testa era forse inevitabile per via della sua ricchezza di significati. Amore, coraggio, vitalità, sincerità e anche spiritualità, sono solo alcuni dei valori che può incarnare. A seconda del contesto può diventare di pietra o d’oro, ma anche spezzarsi o gonfiarsi. I più intrepidi possono gettarlo oltre l’ostacolo, i più sinceri parlare tenendolo in mano.
Anche se l’immagine romantica del donare il proprio cuore per sempre permane una delle più forti, la realtà di tutti i giorni è molto più cinica: “Il mondo moderno non ci crede più e la fede nell’amore eterno oggi è presente solo nelle soap opera”, nota Hirschfelder. Nel frattempo lo stesso simbolo si è depotenziato e ha acquistato altri significati: “Se oggi ricevo un cuoricino sul cellulare da uno studente so che significa ‘grazie mille, gentile’. Vent’anni fa avrei pensato: cosa sta succedendo?”.

Cuoricini, cuoricini
Questo rapido sviluppo finirà per svalutare l’icona del cuore? L’antropologo culturale Hirschfelder preferisce chiamarla “riduzione dei simboli”. “Il cuore rosso è diventato un’arma universale multiuso. Viene inviato più velocemente di quanto si possano scrivere due frasi esplicative”, afferma. Anche questo è un segno del declino del linguaggio e delle competenze linguistiche in una società. Anche questa non è una novità. “Abbiamo ovunque questo bisogno di ridurre le cose complesse. L’uovo di Pasqua è più facile da capire dell’intera storia della resurrezione”.




