Si emigrava in passato e ancora oggi tanti giovani cercano fuori cantone occasioni di impiego e crescita professionale. Spesso sono ragazzi preparati, nella cui formazione l’ente pubblico investe, a beneficio altrui, verrebbe da dire. Ma quale futuro ci aspetta se tanti ragazzi se ne vanno? Scenderà ancora di più la temperatura di questo inverno demografico? Cosa non trovano in Ticino e cosa può fare il Ticino per essere più attrattivo? Il programma radiofonico Modem della RSI ne ha parlato con Christian Vitta (consigliere di Stato, direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia), Barbara Antonioli Mantegazzini (professoressa ordinaria in Economia pubblica alla SUPSI) e Ivano Dandrea (economista, nonché CEO del gruppo Multi).
I dati dicono che ogni anno circa 800 giovani sotto i 30 anni partono dal Ticino per cercare lavoro altrove. È un fenomeno preoccupante?
“Il giovane che parte per motivi di studio, per fare un’esperienza, per imparare una lingua, quindi per scelta personale, non è di per sé un problema”, spiega Christian Vitta. “Il problema semmai è fare in modo che questo giovane, una volta maturata la sua esperienza, se vuole possa ritornare e trovare prospettive per sviluppare la propria vita. Problematico può essere invece il caso di quel giovane che parte perché non trova lavoro qui”. Vitta sottolinea che l’emigrazione è una caratteristica storica del Ticino. “Tanti di noi sono partiti per studiare. Una volta terminata questa esperienza, se si vuole rientrare, bisogna fare in modo che ci siano le condizioni per poterlo fare”.
Perché solo la metà torna?
La maggior parte dei giovani che lascia il cantone lo fa per frequentare università e politecnici. Chi sceglie un apprendistato o una scuola universitaria professionale, per lo più resta nelle regione d’origine. Gli universitari sono sempre stati mobili nella storia, almeno dal Medioevo, ed è una buona cosa. Ma solo la metà degli studenti torna in Ticino per lavorare. Perché?
“È un tema su cui si sta indagando di recente”, dice Barbara Antonioli Mantegazzini, “perché questo fenomeno della circolazione dei cervelli è strutturale nelle economie integrate. Si nota molto spesso, soprattutto per i profili con una formazione particolarmente elevata”. La professoressa spiega che si tratta di un fenomeno complesso ed eterogeneo. “Le ragioni alla base di questa circolazione sono molteplici. Ci sono ragioni differenti rispetto alle traiettorie di uscita e di rientro. L’uscita dal cantone, soprattutto per la fascia 18-25 anni, è spesso guidata da ragioni di studio o dal desiderio di vivere un contesto diverso, apprendere le lingue. Nella fascia lavorativa è spesso il disequilibrio tra quello che si è studiato e il tipo di posizione a cui si ambisce. Una combinazione tra dinamica salariale e prospettive di carriera”. Antonioli Mantegazzini aggiunge: “I giovani all’inizio del loro percorso lavorativo cercano anche un contesto che li possa valorizzare, dove il posizionamento all’interno di un’azienda è più chiaro fin da subito. Quando invece si analizzano le dinamiche di rientro, i fattori di attrazione del territorio diventano differenti. Bisogna offrire un contesto dove c’è una combinazione di lavoro e famiglia, dove c’è una dinamica salariale rilevante”.
Il mercato capisce i giovani?
“È difficile capire le dinamiche, soprattutto se ci si riferisce ai giovani”, sottolinea Ivano Dandrea. “I giovani sono imprevedibili per definizione. Adesso sono anche molto determinati nelle loro scelte professionali e nella qualità del proprio lavoro. Sono attratti da un mondo del lavoro che il Ticino ha difficoltà a offrire”. Dandrea evidenzia che questo esodo dura da troppi anni. “Quello che sta succedendo in Ticino è che c’è una demografia che sta sfuggendo di mano. C’è una società che si svuota dal basso, un problema di denatalità che avrà conseguenze anche sul numero di studenti. D’altra parte abbiamo dei confederati che, al momento del pensionamento, vengono in Ticino. Questo crea quello che gli statistici, soprattutto i demografi, in Italia chiamano il de-giovanimento della società, cioè una società che si svuota dal basso. E questo crea una dipendenza dal mondo degli anziani molto più importante”. L’economista ritiene che i giovani percepiscano questa situazione di un cantone che fa fatica con la propria demografia. “Noi dobbiamo cercare quel talento che ha studiato in Svizzera interna e metterlo nelle condizioni di poter tornare in Ticino. Dobbiamo concentrare tutte le forze per cercare di aiutare i giovani nel loro inserimento nella genitorialità ma anche nel mondo del lavoro”. Dandrea spiega che quando si ha una maggiore quantità di giovani nell’economia, l’economia diventa più innovativa. “Lo vediamo nelle città importanti come Zurigo. Il fatto di portare giovani all’interno delle aziende porta innovazione, porta quella che gli psicologi chiamano intelligenza fluida, cioè quella capacità di risolvere i problemi, di adattarsi anche alle nuove tecnologie. Il disallineamento delle competenze oggi lo si vede soprattutto nell’affrontare il mondo delle nuove tecnologie”.
La questione salariale
Nelle scelte dei giovani conta anche lo stipendio. Oltralpe è tendenzialmente più alto. “Il salario è una componente importante, soprattutto per quel giovane che vuole creare una famiglia”, dice Christian Vitta. “Rispetto al contesto svizzero storicamente abbiamo un divario salariale. Se guardiamo i residenti siamo attorno al 10% di differenza salariale”. Vitta sottolinea che si possono creare le condizioni quadro, “però dobbiamo anche essere onesti nel dire che è il sistema Paese che può rispondere a questa sfida, quindi ci vuole anche un’etica di impresa. Abbiamo bisogno di imprenditori che sappiano valorizzare il lavoro come tale, con una giusta remunerazione. Ci sono imprenditori che curano questo aspetto, altri che invece speculano e questo fa male anche al territorio”. Il consigliere di Stato evidenzia che parlando con i giovani emerge anche il tema della conciliabilità famiglia-lavoro. “Abbiamo anche il tema di genere, quindi bisognerebbe dare la possibilità di lavorare a entrambi i componenti della famiglia. Grazie alla votazione della riforma fisco-sociale è stato creato un fondo sociale gestito dal Dipartimento della sanità e della socialità (DSS) che promuove la conciliabilità famiglia-lavoro. Dal 2019 al 2024 sono stati erogati circa 80 milioni di franchi per sostenere forme di conciliabilità, come gli asili nido e altre strutture“. Vitta aggiunge: “L’altro aspetto importante è il contesto. Essere cantone universitario o essere città universitaria significa anche saper offrire attività serali, culturali di vario genere, che vanno al di là della stretta attività universitaria. Questo può fare la differenza anche per chi cerca un luogo dove vivere”.
I settori strategici
Quali sono questi settori? “Abbiamo le scienze della vita, che si stanno sviluppando molto bene proprio qui nella zona del Bellinzonese”, elenca Vitta. “Abbiamo tutto il settore della meccanica legata ai droni, che oggi sono una realtà. Abbiamo appena sottoscritto un accordo con i cantoni alpini e questo centro sta funzionando bene. Sono oltre venti le aziende che si sono insediate. Poi abbiamo il settore storico, quello finanziario”. Il consigliere di Stato sottolinea un punto importante: “Dobbiamo citarlo: la caduta del segreto bancario - dobbiamo esserne consapevoli - per il Ticino ha rappresentato un impoverimento, perché il settore finanziario offriva posti di lavoro ben remunerati, sopra la media, appannaggio soprattutto di residenti. Oggi il settore è ancora importante ma sta subendo cambiamenti. In fondo gli attacchi che si stanno facendo alla Svizzera li subiamo anche noi nel Canton Ticino”. Vitta evidenzia anche il peso della frontiera: “È chiaro che la caratteristica di Cantone di frontiera pesa sulla nostra realtà, è una questione di domanda e offerta. Quando c’è una vasta area da cui attingere manodopera, la pressione sui salari la vediamo e la sentiamo”.
Aprirsi ai talenti
Barbara Antonioli Mantegazzini spiega che quando si parla di circolazione dei cervelli “dobbiamo essere estremamente aperti. Significa non puntare solamente a far rientrare i nostri ticinesi ma in generale bisogna essere un Cantone che attrae persone con formazione che intendono stabilirsi, che vogliono apportare il loro lavoro, le loro competenze, fare famiglia sul nostro territorio e quindi arricchire”. La professoressa sottolinea: “Proprio perché la Svizzera è tipicamente un Paese con un forte passato (e anche presente) migratorio, trovo che la politica di attrazione dei talenti debba essere veramente molto ampia, tant’è che gli altri Paesi si stanno muovendo esattamente in questa direzione. Adesso la competizione è fra grandi regioni. E queste regioni stanno investendo moltissimo su politiche di immigrazione molto mirate ai talenti”. Antonioli Mantegazzini cita l’esempio dei Paesi nordici che “finanziano formazioni anche al di fuori del proprio Paese, in università di punta, a condizione che poi gli studenti rientrino una volta conseguito il titolo di studio e quindi apportino all’interno del proprio Paese quel patrimonio di conoscenze che sono riusciti a ottenere. Credo sia un’ottima modalità per intercettare e valorizzare la mobilità, perché se la mobilità è strutturale dobbiamo trovare il modo di capitalizzarla, quindi riuscire a metterla a sistema all’interno del nostro Paese”. La professoressa riconosce che “il Ticino è piccolo e anche la Svizzera in sé è un Paese piccolo, quindi bisogna tarare e trovare modalità differenti. Però credo che sia importante”. Tra le altre misure possibili, Antonioli Mantegazzini cita “favorire l’accesso all’acquisto delle abitazioni, perché una persona che riesce ad accedere in maniera più agevole anche al patrimonio immobiliare si radica con maggiore facilità”. La professoressa usa un’iperbole per spiegare un altro aspetto: “Dico che Zurigo è troppo grande per la Svizzera, anche a livello di zona di perimetro lavorativo è talmente ampia da creare anche ai cantoni vicini problemi di assorbimento della manodopera qualificata. Bisogna capire che c’è una dinamica naturale della città rispetto ai centri più piccoli, che però possono offrire altri tipi di ecosistemi, possono essere più favorevoli, ad esempio, alle famiglie”.
Il rischio di retrocedere
Uno studio pubblicato dalla Camera di Commercio indica che la propensione all’innovazione nelle imprese in Ticino per il momento è buona, addirittura saremmo al settimo posto nella classifica nazionale. Rischiamo di retrocedere se continuiamo a perdere giovani? “Penso siano tutte facce della stessa medaglia”, dice Dandrea. “Da una parte dobbiamo essere attrattivi per l’innovazione, per le nuove aziende, quelle che vengono formate anche dai giovani che finiscono l’università, che provano la loro capacità imprenditoriale creando innovazione. È una partita molto difficile con Zurigo, che ci batte sempre su questo tema, è più attrattiva, c’è un ecosistema più favorevole”. Dandrea aggiunge: “Va giocata anche la partita delle piccole e medie imprese, che sono la colonna portante dell’economia. Anche lì abbiamo bisogno di questi cervelli in fuga e di riportarli subito in Ticino, perché abbiamo bisogno di un ricambio generazionale. Io non sono d’accordo con chi sostiene che il Ticino può vivere dalla cosiddetta Silver economy (l’economia legata agli anziani). Questo sarebbe il peggior futuro per il Ticino e i giovani lo percepirebbero come una mancanza di attenzione nei loro confronti”.
Economia produttiva e nuovi valori
Vitta sostiene: “Il mio obiettivo è quello di uno sviluppo economico che guarda all’economia produttiva, soprattutto perché dobbiamo creare una dinamica sul territorio. Le persone più in là con gli anni sono benvenute ma non devono essere l’unico obiettivo che abbiamo. Se vogliamo creare una dinamica sul territorio dobbiamo pensare anche e soprattutto alla parte produttiva e quindi a fare in modo che la successione aziendale avvenga, perché se non avviene vuol dire perdere imprese”. Il consigliere di Stato evidenzia un cambiamento importante: “Dobbiamo anche renderci conto che i giovani sono cambiati. La scala di valori non è più la stessa della nostra generazione, dove fare carriera era messo al primo posto rispetto ad altri valori. Non tutti i giovani sono disposti oggi a investire al 100% nella carriera professionale oppure ad assumersi responsabilità da subito. E questo dobbiamo saperlo leggere perché, per essere attrattivi, non possiamo imporre un modello, magari quello della nostra generazione. Il post-COVID-19 ha accelerato questo cambiamento e se vogliamo essere attrattivi dobbiamo saper leggere questo cambiamento”.
Lo squilibrio demografico
Il saldo migratorio aiuta meno rispetto al passato. Questo porterà verosimilmente a uno squilibrio nel rapporto tra popolazione attiva e pensionati. “Sì, purtroppo lo stiamo vivendo. Il tema è da anni sul tavolo”, dice Dandrea. “Quello che viviamo in Ticino lo vediamo sempre cinque-sei anni dopo rispetto all’Italia. La Penisola sta vivendo quello che noi vivremo fra cinque anni. In Italia hanno fatto anche commissioni parlamentari per valutare quale effetto ha ogni azione politica sulla demografia, perché è un Paese che sta testando sulla propria pelle l’invecchiamento della popolazione”. L’economista conclude: “Penso che dobbiamo cercare anche in Ticino, con l’azione politica, di rimettere al centro il giovane, far capire che vogliamo investire su di lui. Devo dire che purtroppo la concentrazione del potere nelle mani degli anziani in politica non aiuta, perché evidentemente tutte le risorse stanno andando verso il mondo degli anziani. Ci stiamo sbilanciando anche dal punto di vista finanziario. Non bisogna dimenticare di investire sui giovani”.






