La scelta del ministro dell'interno italiano Marco Minniti di comunicare venerdì in conferenza stampa i nomi dei due agenti della polizia di Stato che hanno partecipato all'uccisione di Anis Amri a Sesto San Giovanni ha scatenato reazioni di condanna in particolare sui social (qui sotto un esempio).
Una condanna condivisa da Max Hofmann, segretario generale della Federazione svizzera dei Funzionari di Polizia. "Questa scenata è stata un errore da principiante che mette in pericolo gli agenti e l'entourage in cui si muovono", afferma in un'intervista al Radiogiornale.
I due colleghi "hanno fatto un ottimo lavoro ma non avevano bisogno di questa pubblicità per vederlo riconosciuto", afferma Hofmann. La diffusione di identità e foto li espone al rischio di una rappresaglia da parte di un gruppo terroristico "organizzato e radicato". La memoria, ricorda, va a un caso ticinese, quello del delitto di Ponte Capriasca del 2002. Una 32enne era stata uccisa per vendetta nei confronti del marito, guardia di confine.
Il parere di Hofmann non è condiviso dal capo della polizia italiana Franco Gabrielli. "Fare i nomi con questo tipo di terrorismo - spiega - non è né un errore né un'esposizione, perché non siamo in presenza di un terrorismo come quello che abbiamo conosciuto negli anni settanta, unterrorismo endogeno che ha interesse a colpire il singolo, dunque Franco piuttosto che Mario o Cristian. Qui ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso". La preoccupazione, infatti, "nonè per le individualità, ma per l'appartenenza: sono a rischio tutti coloro che rappresentano le forze di polizia e hanno una divisa"
RG/pon





