“Tuo figlio ha tre anni oggi e non li avrà mai più”. È da questa consapevolezza che parte la scelta di Daniel Mohorovic, papà di tre bambini, che a un certo punto ha deciso di fermarsi e restare a casa con i figli. Una decisione ancora controcorrente in Ticino, dove il modello più diffuso resta quello tradizionale: l’uomo lavora a tempo pieno, mentre la donna riduce la propria percentuale per occuparsi della famiglia.
La svolta è arrivata in un momento di crisi professionale, coincisa con la nascita dei figli. “Ho deciso di ricominciare una nuova formazione e questo mi ha portato ad avere molto più tempo per stare con i miei bambini”, racconta.
Una scelta maturata lentamente, con pragmatismo: lui e sua moglie hanno tenuto per anni un file Excel con tutte le spese quotidiane, per capire se il cambiamento fosse sostenibile. Alla fine, lei ha aumentato la percentuale lavorativa all’80%. “Mi ha mantenuto per quattro o cinque anni”, dice Daniel senza esitazione.
La nuova quotidianità non è stata capita da tutti e le perplessità sono arrivate anche dalla famiglia: “Penso a mia madre per prima, era molto preoccupata”. E poi i commenti, del tipo “ma tu sei l’uomo, devi andare a lavorare, hai tre figli, ma chi te lo fa fare?”. Daniel ha così imparato a selezionare le persone a cui parlarne, scegliendo chi avrebbe capito. Nonostante i pregiudizi, non si è mai pentito. Stare vicino ai figli ogni giorno significa essere presenti nei momenti irripetibili, quelli che non tornano più, come aiutare la piccola Lena a togliere il ciuccio.

Un papà (quasi) a tempo pieno
RSI Info 19.03.2026, 09:00
Due settimane: un passo, ma non basta
Dal 1° gennaio 2021 la Svizzera ha introdotto un congedo paternità di due settimane, fruibile entro sei mesi dalla nascita del figlio, anche in modo frazionato. Una misura accolta positivamente, ma considerata insufficiente da chi lavora sul tema delle pari opportunità. “È stato sicuramente un passo importante, ma non basta”, afferma Rachele Santoro, delegata alle pari opportunità del Canton Ticino. “Nei Paesi vicini, congedi paternità più lunghi o congedi parentali con quote non trasferibili tra i genitori permettono una maggiore implicazione dei padri nel lavoro di cura e delle donne nel mercato del lavoro”.
Il problema non è solo normativo. Oltre il 30% dei padri svizzeri non usufruisce nemmeno delle due settimane disponibili. “Bisogna interrogarsi sui motivi”, sottolinea Santoro. “Può essere una scelta individuale, ma può anche essere la cultura aziendale a scoraggiare i neopapà”. Gli stereotipi, infatti, pesano anche nel mondo del lavoro. In Ticino chiedere una riduzione della percentuale d’impiego rimane difficile per un uomo: “Ci può essere il rischio di discriminazioni indirette, difficoltà a fare carriera. Si sentono ancora frasi come: oggi è il tuo giorno da mammo?”.
La generazione Z vuole cambiare
Qualcosa, però, sta iniziando a cambiare. Secondo il Barometro nazionale sull’uguaglianza 2024, nella Generazione Z cresce il desiderio di essere presenti nella vita dei figli fin dai primi mesi, con un ruolo attivo anche nella cura quotidiana. “C’è sicuramente un’aspirazione a un cambiamento”, afferma Santoro.
Il problema è che questa aspirazione spesso si scontra con la realtà: molti giovani, pur partendo da intenzioni diverse, finiscono per ricadere su scelte tradizionali, frenati da vincoli organizzativi e stereotipi di genere ancora radicati.
Per Daniel, però, quel cambiamento è già realtà: “Mi sento straordinariamente fortunato di aver potuto fare questo percorso con loro. E lo rifarei, lo rifarei subito.”
Legato a Prima Ora delle 18:00 del 19.03.2026







