(Keystone)

Credit Suisse più saudita? "Un brutto segno"

La ristrutturazione dell'istituto bancario elvetico passerà dalla penisola araba - Il commento dell'esperto Carlo Lombardini

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"Credit Saudi", così alcuni media hanno provocatoriamente commentato la prevista apertura del capitale azionario di Credit Suisse a investitori dell'Arabia Saudita. L'aumento di capitale per 4 miliardi di franchi è una delle misure annunciate giovedì dall'istituto bancario elvetico per uscire dal vortice di crisi nel quale è finito. Un'operazione che suscita però reazioni contrastanti.

Dalla Saudi Nationalbank, la principale banca privata del paese controllata dalla famiglia reale, arriverà un miliardo e mezzo di franchi, stando al piano che dovrà essere approvato dall'assemblea generale straordinaria a fine novembre. Soldi che bastano per ottenere una quota pari al 10%.

Un problema, secondo Carlo Lombardini, professore di diritto bancario all'Università di Losanna, intervenuto venerdì su Rete Uno a Modem: "Significa che nessun grande attore della finanza occidentale ha deciso di investire nel Credit Suisse. Attualmente avere a che fare con una banca saudita con quello che succede in Arabia Saudita e il Governo che c'è, è un brutto segno".

Quasi un quinto della banca in mani arabe

I soldi sauditi non sono però una novità, né per la piazza economica svizzera né per Credit Suisse. Un'altra società di investimenti saudita detiene infatti già una quota del 5% della banca e un ulteriore 5% appartiene a un fondo sovrano del Qatar. Con questo nuovo intervento, si arriverebbe così quasi a un quinto della banca in mano a investitori della penisola araba.

Una presenza ingombrante in termini di reputazione e gestione dei rischi? Non sembra essere la preoccupazione principale degli attuali azionisti, non degli americani di Harris Associates, e nemmeno della fondazione Ethos che rappresenta investitori istituzionali svizzeri.

A sorprendere e deludere il direttore di Ethos, Vincent Kaufmann, è piuttosto il fatto che si offra una quota del 10% a un nuovo azionista, diluendo il capitale nelle mani degli attuali azionisti. Un problema la scelta saudita, secondo Kaufmann, però lo pone. "Con azionisti la cui fortuna deriva dal petrolio, Credit Suisse non sarà spinta a rafforzare i suoi sforzi per una maggiore responsabilità climatica", sottolinea il direttore della fondazione Ethos, che si batte per investimenti responsabili.

Analisti e commentatori ritengono che l'obiettivo degli investitori sauditi non sia di controllare la banca, ma di ricercare profitti. Per la Finma, l'autorità di viliganza sui mercati finanziari, l'aumento di capitale è un passo importante per finanziare la ristrutturazione della banca.

RG/G. Olgiati
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