Caso Cucchi, "il muro è crollato"

Grande successo per la pellicola che racconta gli ultimi giorni del giovane che, ora si sa, morì dopo un pestaggio ad opera dei carabinieri - La sorella: "Il tassello che mancava è arrivato, ed è stato terribile"

“Quello che fa più male è che Stefano è stato lasciato morire da solo, come un cane, nell'indifferenza di chi l'ha guardato solo con le lenti del pregiudizio: un detenuto, un tossicodipendente, un rompiscatole, non un essere umano”. Ilaria Cucchi parla di fronte ad una sala strapiena. Oltre 600 persone affollano il centro sociale La Strada di Roma per la proiezione di Sulla mia pelle, il film di Alessio Cremonini che racconta gli ultimi giorni di vita del geometra Stefano Cucchi, arrestato il 15 ottobre 2009 e morto solo una settimana dopo nell'ospedale penitenziario della capitale, Sandro Pertini. Centinaia di persone sono rimaste fuori. Dentro il caldo è soffocante, ma nessuno vuole perdersi la proiezione. Sono oltre cento le visioni collettive e informali del film, nel primo mese dall'uscita, in giro per l'Italia. Centri sociali, collettivi studenteschi, associazioni, oltre alle sale cinematografiche e le visualizzazioni su Netflix. La pellicola è ormai diventata un fenomeno.

Da caso di cronaca nera, la vicenda di Stefano Cucchi è ora anche un caso cinematografico. Oltre 190 i Paesi in cui è possibile vederlo. “In questo modo la storia di Stefano arriva a tutti. Per anni io e la mia famiglia siamo stati isolati. Intorno a noi si era alzato un muro, da subito. Dopo nove lunghi anni di battaglie tra le aule giudiziarie e fuori dai tribunali, in cui si faceva il processo al morto, a mio fratello, e non a quelli che hanno causato la sua morte, ora finalmente quel muro è stato abbattuto una volta per tutte”, prosegue Ilaria, riferendosi alla confessione di Francesco Tedesco, uno dei tre carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale, che durante l'interrogatorio ha denunciato gli altri due colleghi dell'Arma, Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessando, come responsabili del pestaggio che ha causato la morte di Cucchi.

“La gente si sente lontana da realtà come questa, ma quello che è accaduto a Stefano può accadere a ognuno di noi. Per questo è importante far conoscere la verità”, chiude Ilaria Cucchi.

Massimo Lauria

I nove anni del caso Cucchi

    La notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009 Stefano Cucchi viene fermato e arrestato dai carabinieri di Roma, perché trovato in possesso di droga.

    Durante la notte si sente male, le sue condizioni di salute peggiorano visibilmente di ora in ora. La mattina del 16 viene condotto dai carabinieri alla città giudiziaria per la convalida del fermo. Poi consegnato alla polizia penitenziaria per la traduzione nel carcere di Regina Coeli.

    Viene portato all'ospedale Fatebenefratelli di Roma. Ma Cucchi si fa dimettere e torna in carcere, dove continua a stare male.

    La notte successiva viene trasferito all'ospedale penitenziario Sandro Pertini, dove muore, ancora in custodia cautelare, una settimana dopo, il 22 ottobre 2009.

    In seguito al decesso vengono portati a processo sei medici, tre infermieri e tre agenti della penitenziaria, con accuse a vario titolo di abbandono d'incapace, abuso d'ufficio, favoreggiamento, falsità ideologica, lesioni e abuso d'autorità.

    Secondo quanto emerge dalla prima indagine, Stefano Cucchi è stato “pestato” nelle celle del tribunale. Mentre in ospedale viene abbandonato e lasciato morire di fame.

    Durante il processo di primo grado, però, i giudici formulano una diversa ipotesi, ovvero non c'è stato alcun pestaggio, Cucchi è morto per malnutrizione.

    Il 5 giugno 2013 vengono dichiarati colpevoli i medici (per omicidio colposo), assolti , invece, infermieri e agenti penitenziari. 

    Il 31 ottobre 2014 il processo d'appello ribalta la sentenza: assolti tutti gli imputati.

    Il 31 ottobre 2015 la Corte di Cassazione arriva alla parziale cancellazione della sentenza e ordina un appello-bis per omicidio colposo per i medici.

    Il 18 luglio 2016, durante l'appello-bis, arriva una nuova assoluzione e un successivo annullamento in Cassazione. È tutt'ora in corso un nuovo processo d'appello, in attesa dell'affidamento di una nuova perizia.

    L'ostinazione della famiglia Cucchi è tale, che nel frattempo, a settembre 2015, la Procura di Roma riapre un fascicolo sul caso Cucchi, istruendo un'inchiesta-bis. Le indagini si concentrano sul ruolo dei carabinieri, presenti nelle due caserme dove, tra il 15 e il 16 ottobre, Stefano Cucchi viene prima identificato e poi posto in custodia in una camera di sicurezza.

    Il 10 luglio 2017 vengono rinviati a giudizio i carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D'Alessandro e Francesco Tedesco per omicidio preterintenzionale. Per Vincenzo Nicolardi e il maresciallo Roberto Mandolini, l'accusa è di falso e calunnia.

    L'11 ottobre 2018 arriva il colpo di scena. Durante il dibattimento, Francesco Tedesco, uno dei tre carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale, accusa i colleghi Di Bernardo e D'Alessandro di aver picchiato Stefano Cucchi.

    Ilaria Cucchi commenta: “Il muro è stato abbattuto. Ora sappiamo e sono in tanti a dover chiedere scusa a Stefano”.

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