Il papà le tiene la mano mentre camminano lenti tra le macerie. Lui, un omone con la tenerezza di un orsacchiotto. Lei, una bimba gracile e fragile di quasi 6 anni che stringe una bambola di pezza e ha il viso stanco, quasi stremato.
Mentre scriviamo è già volata in un cielo tormentato dai droni israeliani, lasciando nella disperazione la sua famiglia accampata in una tenda tra le macerie della periferia di Gaza City. Maryam non ce l’ha fatta. O meglio, non è stata salvata in tempo.
Era in lista d’attesa per uscire da Gaza. L’hanno uccisa la sua malattia e la lentezza dei trasferimenti – di fatto un blocco – per le migliaia di malati che hanno un disperato bisogno di cure fuori Gaza. Dentro la Striscia, sono rimasti duemila posti-letto per 2 milioni di persone con un sistema sanitario devastato. Le evacuazioni sanitarie procedono col contagocce malgrado la riapertura parziale del valico di Rafah. La maggior parte di chi necessita cure urgenti, per ora, è condannato a restare.
“Non voglio perderla”
“Se solo Israele ci avesse autorizzato prima…saremmo già usciti, invece dobbiamo aspettare. Ogni minuto che passa è una minaccia alla vita di Maryam. Non voglio perderla” aveva detto Ramez, il papà. Invece non ha fatto in tempo. E ha perso la sua bimba.
Pochi giorni prima da Gerusalemme avevo parlato al telefono con lui per oltre mezz’ora. Aveva accettato la richiesta di poter documentare il suo dramma con una telecamera. Non la nostra, perché alla RSI – come al resto della stampa internazionale – è vietato entrare nella Striscia di Gaza. La testimonianza è stata raccolta per noi dal fotografo e documentarista palestinese Ahmed Ajwa. Maryam seduta accanto al papà su un materasso, a fianco la mamma con in braccio un altro fratellino, dentro la cornice bianca e ordinata di una tenda issata tra il grigio degli scheletri dei palazzi sventrati e l’odore acre delle rovine della guerra.
Migliaia di bambini in attesa
Come Maryam, migliaia di bambini aspettano di poter lasciare Gaza per ricevere cure adeguate. “Abbiamo più di 20’000 pazienti registrati con l’Organizzazione mondiale della sanità. Almeno 440 di questi devono poter viaggiare al più presto, altrimenti rischiano la morte in pochi giorni”, mi dice in una videochiamata da Gaza il dottor Munir Albursh, direttore generale del ministero della Sanità. Tra chi attende, spiega, “ci sono 5’000 bambini e circa 6’000 malati di cancro. Però da due anni Israele ha chiuso le nostre porte”, aggiunge.
Secondo l’ONU, dal valico di Rafah sono passati finora in media circa 12 pazienti al giorno con i loro famigliari in direzione dell’Egitto. A questo ritmo, ci vorrebbero 4 anni per evacuare tutti i pazienti palestinesi di Gaza in attesa.
Ospedali palestinesi a un’ora d’auto ma vietati
La procedura di trasferimento in Egitto è complessa e troppo lenta. Ma non è l’unica opzione. Ci sarebbero anche gli ospedali palestinesi a poco più di un’ora d’auto dalla Striscia: a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Queste strutture, per decenni, hanno accolto pazienti di Gaza. Ora non più. Israele non lo consente.
“Come medici… come oncologi, siamo molto frustrati. Sappiamo che potremmo salvare un sacco di vite ma non siamo autorizzati. Non ci viene data la possibilità di salvare le persone da Gaza”: me lo dice il dottor Fadi Atrash, direttore dell’ “Augusta Victoria Hospital” di Gerusalemme Est, fondato dai luterani. È alla guida di un centro di eccellenza sul Monte degli Ulivi, dove la sua collega Khadra Salameh mi mostra una sala attrezzata con un moderno macchinario per la radioterapia. “Avevamo in carico centinaia di malati di tumore da Gaza prima della guerra”. Dall’inizio della guerra, dopo il massacro del 7 ottobre 2023, aggiunge il direttore, “purtroppo nessuno è riuscito a venire da Gaza per curarsi al nostro ospedale. Sto parlando di bambini e adulti malati di cancro”.
Il direttore cita una lettera inviata da leader religiosi al governo di Israele per supplicare l’accesso dei malati di Gaza in questo e altri ospedali palestinesi. Ma il governo di estrema destra di Netanyahu non cede.
Qui i pazienti di Gaza non possono essere curati né salvati.
“Un fallimento morale”
La dottoressa Salameh è un’oncologa pediatrica: “Non c’è nessuno specialista come me rimasto a Gaza. Riesco a immaginare la situazione come se fossi lì con loro. Lo so bene: un bambino con una massa tumorale nel petto non può respirare. Lo guardano morire mentre nessuno può aiutarlo”.
Qui all’augusta Victoria Hospital ha curato centinaia di bambini affetti da cancro. Non si dà pace e non nasconde la sua indignazione: “Sono un medico ma anche una mamma. A questi bambini viene negato l’accesso alle cure senza alcun motivo… a un’ora d’auto dall’ospedale dove potrebbero ricevere una diagnosi e un trattamento adeguato. Questo è un fallimento morale”.

La dottoressa Khadra Salameh, oncologa pediatrica a Gerusalemme Est
Israele: “Facilitiamo evacuazioni all’estero”
Perché Israele impedisce il trasferimento sanitario verso i Territori Palestinesi? In una comunicazione via mail alla RSI, l’agenzia israeliana per le attività civili nei Territori Palestinesi (COGAT, Coordination Government Activities in the Territories) scrive: “In base a una direttiva delle autorità politiche, ai pazienti della Striscia di Gaza non è permesso viaggiare per trattamenti sanitari” a Gerusalemme Est in Cisgiordania. Nessuna spiegazione, se non il fatto che il 7 ottobre – si legge – “l’organizzazione terroristica Hamas, insieme ad altri gruppi terroristici della Striscia, ha lanciato un attacco terroristico contro Israele distruggendo completamente anche il valico di Erez, l’unico passaggio per il movimento di civili tra Israele e Gaza”.
Nella stessa email, l’agenzia governativa COGAT afferma di “facilitare la partenza di residenti da Gaza” attraverso Israele verso Paesi all’estero, sia per i pazienti che necessitano di cure che per cittadini con doppia nazionalità.
Oltre 18’000 pazienti di Gaza però sono tuttora costretti ad attendere.
“Il genocidio continua malgrado il cessate il fuoco”
Dopo 72’000 morti nei due anni di guerra, altri 600 palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano dall’inizio del cessate il fuoco a metà ottobre. Tra loro anche un centinaio di bambini e ragazzi. Ma un numero imprecisato di persone è morto anche a causa della mancanza di assistenza e di medicinali.
Resta invalicabile la barriera che si vede tra i campi di grano vicino al kibbutz di Nirim: da una collinetta usata in passato come postazione dell’esercito israeliano, la vista spazia su un desolante cumulo di macerie. La periferia di Khan Younis è un agglomerato di edifici sventrati e inabitabili per generazioni.
Questa stessa recinzione metallica a poche decine di metri da me resta un ostacolo insormontabile per il futuro degli abitanti di Gaza: non solo non possono uscire per curarsi. Ma da qui non passano farmaci, né strumenti per la dialisi e nemmeno macchinari diagnostici essenziali. Israele continua a bloccarli.
“Il cessate il fuoco non sta fermando il genocidio: la gente continua a morire” mi dice Guy Shalev, direttore esecutivo dell’associazione “Medici per i diritti umani israeliani”. “Abbiamo i nomi dei bambini che rimangono sulle liste d’attesa per un mese, due mesi o tre mesi. E poi vengono cancellati: non perché sono stati evacuati, ma perché sono morti”.
Da quella lista è stato cancellato anche il nome di Maryam.

Il nostro reportage da Gaza
Telegiornale 17.02.2026, 20:00












