Kabul e il suo futuro d'ombra

C'è, in città, un'Organizzazione non governativa fondata da una ticinese che, come altre istituzioni, fa di tutto per resistere, ma...

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Ci sono anche molte Ong, le Organizzazioni non governative, nella lunga lista delle vittime dirette o indirette della più lunga delle guerre, quella afghana. Povertà estrema, analfabetismo, discriminazione ancestrale delle donne -paria in un società dal ruvido e spesso violento regime patriarcale- hanno dato alle organizzazione umanitarie un ruolo fondamentale per lenire il dolore e a volte rimarginare le profonde ferite sociali. Tra di esse ARHSO (Afghan Rehabilitation & Health Organization), creata 14 anni fa dalla ticinese Erica Kessler e che può tra gli altri contare sugli aiuti della Cooperazione svizzera  allo sviluppo.

 

La situazione di incertezza creata dall’offensiva dei Talebani, ormai alle porte di Kabul,  e da un’insicurezza che ha  portato angoscia e terrore in tutta la capitale, ha provocato un fuggi-fuggi del personale straniero e un crollo dei contributi dei donatori.

Nella sede di ARHSO, una casetta di due piani, immersa in un piccolo giardino pulito e ordinato, dove ogni stanza è adibita a un’attività particolare per bambini e adolescenti,  personale e direzione non nascondono certamente gli enormi problemi che stanno affrontando. Mancano i fondi per garantire in particolare ai bambini della  strada i pasti che consentirebbero loro di lasciare per qualche ora al giorno accattonaggio o lavoretti saltuari e spesso pericolosi, e di venire a frequentare le diverse lezioni e atelier per potersi poi costruire un futuro migliore. Molte le bambine e ragazze che abbiamo visto all’opera in questa scuola particolare di arti e mestieri: ragazze analfabete, molto impegnate dietro alle loro macchine da cucire meccaniche, che  sperano di poter un giorno aprire una piccola sartoria; bimbe che seguono corsi di disegno e che realizzano già lavori di notevole qualità; bimbi che si cimentano nell’intrigante arte della calligrafia. La volontà di continuare è ferrea e viene ribadita dal direttore dell’istituto, ma la situazione estremamente critica allunga un’ombra sul suo futuro, considerando anche il fatto che, per i talebani, l’educazione e l’emancipazione delle donne sono considerate alla pari di un atto di blasfemia.

Roberto Antonini, inviato RSI a Kabul

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