Miliziani talebani, con la loro bandiera, ad un posto di blocco nella capitale Kabul
Miliziani talebani, con la loro bandiera, ad un posto di blocco nella capitale Kabul (reuters)

L'Afghanistan, un anno dopo

La realtà oscurantista del Paese dopo il ritorno al potere dei talebani, nel reportage del nostro inviato

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Un anno dopo, il controllo del Paese da parte dei nuovi padroni appare capillare: check-point ovunque, controlli sistematici da quelli dei servizi di sicurezza che incutono una certa apprensione a quelli delle nuove brigate del ministero per la prevenzione del vizio e la promozione della virtù che ha sostituito il ministero per i diritti delle donne, a caccia di donne che non coprono completamente il volto infrangendo così le direttive del regime

Da un anno di nuovo al potere
Da un anno di nuovo al potere (RSI/Roberto Antonini)

Il ritorno degli "studenti coranici" dopo il ventennio di repubblica democratica, ha sprofondato l’Afghanistan in una crisi dalla quale al momento non si intravvedono vie d’uscita. La disoccupazione è esplosa: non si hanno cifre sul numero di senza lavoro, ma è probabile che una percentuale dell’80% sia vicina alla realtà. La fuga di aziende e organizzazioni non governative straniere, oltre alla politica punitiva dei talebani che hanno licenziato gran parte del personale legato al precedente Governo, hanno aperto un baratro nel quel sono finite milioni di persone e famiglie. La povertà ha subìto un forte incremento (anche in questo caso, i dati sono da prendersi con le classiche molle, ma a un anno di distanza possiamo dire di aver notato un netto peggioramento) a cui si aggiunge la mancanza di prospettive.

Una sola stanza senza servizi igienici, in una delle aree più misere di Kabul, per la famiglia di Ahmed, un 40enne impegnato fino a un anno per le pulizie in un ufficio governativo
Una sola stanza senza servizi igienici, in una delle aree più misere di Kabul, per la famiglia di Ahmed, un 40enne impegnato fino a un anno per le pulizie in un ufficio governativo (RSI/Roberto Antonini)

La famiglia di Ahmed, 40enne impegnato fino a un anno fa per le pulizie in un ufficio governativo, si ritrova oggi a vivere in una sola stanza senza servizi igienici in una delle aree più misere di Kabul, dove i tenaci miasmi delle fogne a cielo aperto rendono la vita quotidiana ancora più squallida. La casa dove vivevano è crollata in seguito a un temporale e - ci confida Ahmed - non ci sono più i soldi per ricostruirla. Ha contratto un prestito per iniziare i lavori, ma non basterà e comunque non sa bene come farà a rimborsarlo. Miseria attribuibile in buona parte alla politica del nuovo regime che nessuno Stato al mondo, al momento, riconosce. Certo ci sono Paesi come Russia, Cina o Pakistan pronti a profittare della partenza degli occidentali, ma non basta.

Togliendo in pratica le donne dal mondo del lavoro, il Governo in nome della sua radicale ideologia religiosa oscurantista, compie non solo una plateale ingiustizia e un passo indietro nella storia del Paese, ma pure una sorta di suicidio sociale. A tal punto che alcune decisioni sulla questione di genere non sembrano fare l’unanimità neanche tra i talebani. La guida suprema Halibatullah Akhunzada impone per statuto le sue decisioni al Governo ed è lui in ultima istanza a decidere. Però il decreto con il quale ha sottratto alle ragazze il diritto di frequentare le scuole medie e medie superiori ha fatto storcere il naso anche ad alcuni ministri, tra cui il potente Serajuddin Haqqani, ministro degli interni e leader dell’omonima rete terroristica.

La famiglia di Habiba, una 13enne qui nella foto con un abito giallo senape, si ritrova oggi costretta a vivere in casa
La famiglia di Habiba, una 13enne qui nella foto con un abito giallo senape, si ritrova oggi costretta a vivere in casa (RSI/Roberto Antonini)

Habiba, una ragazzina di 13 anni (nella foto con il vestito giallo senape)  particolarmente brillante si ritrova oggi costretta a vivere in casa. L’avevamo incontrata lo scorso anno all’indomani del tremendo attentato (attribuito, a seconda delle fonti, allo Stato islamico o agli stessi talebani) nel quale era rimasta ferita e che aveva ucciso un centinaio di ragazze nella sua scuola del quartiere sciita di Dacht-e-Barchi. La direttrice dell’istituto la considerava la migliore dei 7'000 allievi, maschi e femmine.

I fratelli, la sorella e la madre non hanno più lavoro, il padre è gravemente malato da anni. Tirano a campare con lavoretti saltuari nei mercati. I maschi licenziati poiché “compromessi” con il vecchio regime, la sorella Setayesh ha perso il lavoro in quanto donna. La ragazzina è molto sveglia, quando le chiediamo perché secondo lei i talebani non vogliono che le ragazze possano studiare così risponde: "Perché sanno che se andiamo a scuola, se impariamo, se studiamo, loro poi non potranno più rimanere al Governo”.

Il nostro inviato ha avuto accesso a rappresentanti governativi e leader religiosi, ma sempre sorvegliato da miliziani armati
Il nostro inviato ha avuto accesso a rappresentanti governativi e leader religiosi, ma sempre sorvegliato da miliziani armati (RSI/Roberto Antonini)

Quella piccola parte di paese che il giornalista che qui scrive ha potuto vedere è oggi più sicuro di un anno fa. E’ forse questa l’unica nota positiva. Dopo 43 anni le armi tacciono, ci si sposta sia a Kabul sia in provincia con relativa sicurezza, anche perché chi conduceva la guerra e faceva esplodere le bombe oggi è al governo. Il Governo assicura che ha sconfitto la piaga della corruzione, ma su questo non abbiamo potuto raccogliere nessun elemento concreto se non voci che confermano o smentiscono. Ho avuto accesso senza grandi difficoltà a rappresentanti del Governo, leader talebani (sempre, come si vede nella foto, sorvegliato da guardie del corpo armate fino ai denti) o capi religiosi. La premessa al momento dell’ accredito giornalistico presso il Ministero dell’Informazione era quella  “di rispettare la Sharia e di fornire le fonti di eventuali informazioni contro il Governo”.

Ma si trattava soprattutto di una messa in guardia che suonava come un’operazione di deterrenza. Di fatto ho potuto vedere parecchio, senza particolari censure: il regime tenta indubbiamente di fornire un’immagine di apertura. Ma la realtà del Paese ricorda, con i mutamenti che la storia rende comunque inevitabili, quella di 25 anni fa.

I leader talebani sono gli stessi, il tentativo di far sparire dalla vita sociale la metà femminile della popolazione è ormai in atto (abbiamo visitato parchi, ristoranti, spazi pubblici vietati alle donne), i divieti di diffondere e ascoltare musica e che colpiscono pure film e serie televisive, la chiusura delle sale cinematografiche indicano la direzione chiara a cui ambisce il potere: l’applicazione della Sharia, nelle forme estreme che detta una sua interpretazione in chiave “deobandi” la corrente religiosa intransigente importata dal subcontinente indiano nel XIX secolo. E di cui i talebani sono oggi i principali rappresentanti.

Roberto Antonini

L'Afghanistan oggi

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TG 20 di domenica 14.08.2022

 
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