La Cina tra ripresa e vaccini

Lai Keji, giovane cinese vaccinato che lavora a Dubai, ci ha spiegato com'è la situazione nel suo Paese a un anno dal primo caso mondiale

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Il 17 novembre 2019 veniva scoperto il primo caso di Covid-19 nel mondo. Si trattava di un 55enne della Provincia di Hubei, in Cina. In realtà inizialmente il virus non venne riconosciuto come un nuovo tipo di coronavirus, cosa poi confermata dal Governo cinese il 13 gennaio 2020. A un anno dall'inizio di quella che è poi diventata una pandemia globale, siamo virtualmente tornati in Cina, per capire com'è la situazione.

Il nostro interlocutore è Lai Keji, un giovane cinese che attualmente si trova a Dubai per lavoro. Keji conosce naturalmente la realtà del suo paese, ma conosce bene anche l'Europa e la Svizzera, visto che ha vissuto per diverso tempo a Perugia e Lugano. La nostra chiacchierata parte immediatamente dal tema caldo: i vaccini, che nelle ultime settimane hanno spesso preso le prime pagine delle testate mondiali. Fino a poche ore fa erano quattro quelli che hanno concluso i test in patria e che sono alla fase tre: Sinopharm Beijing, Sinipharm Wuhan, Sinovac e Cansino (destinato ai militari). Se n'è aggiunto poi di recente un quinto, che sta completando la fase tre in Uzbekistan. Anche i primi quattro attualmente sono in fase di test all'estero: "I test sono finiti verso luglio in Cina, ma c'erano pochi casi per testare l'efficacia, per questo ora vengono provati anche fuori dai nostri confini".

 

Migliaia di persone hanno già ricevuto uno di questi vaccini in modo volontario. Si tratta di persone a rischio, come gli operatori sanitari, gli impiegati doganali e statali e gli studenti che intendono andare all'estero a studiare. Lui per lavoro ha dovuto andare a Dubai e per questo motivo ha deciso di vaccinarsi con il Sinovac, su consiglio della sua azienda: "I risultati finora ottenuti hanno dimostrato che non ci sono state controindicazioni. Per questo ho deciso di vaccinarmi e sono fiducioso. Ho letto che in Brasile il mio vaccino è stato bloccato, ma la notizia sembra essere stata un po' travisata, il Sinovac non c'entra con quello che è successo. Avrei fatto l'iniezione anche se non fossi dovuto andare via, perché mi piace mettermi a disposizione degli altri, anche se avessi dovuto mettere in pericolo la mia vita. È la mia filosofia. Mi sento comunque perfettamente bene, non ho avuto nessun problema, salvo un po' di male alle braccia subito dopo l'appuntamento medico".

Se quello dei vaccini è un discorso molto incerto e forse ancora un po' prematuro, è innegabile che la Cina sia in una situazione decisamente migliore rispetto al resto del mondo: "Siamo tornati alla normalità già da tempo. Abbiamo pochissimi casi, praticamente tutti importati. La ripresa è chiara ed è stata evidente soprattutto durante la "Golden Week", la festa nazionale, dove circa 640 milioni di cinesi hanno viaggiato in patria, spendendo 70 miliardi di dollari per le vacanze".

Il nostro intervistato, conoscendo bene anche la realtà svizzera ed europea, ha provato a spiegare le differenze nel modo di affrontare questa crisi sanitaria: "In Cina hanno adottato restrizioni molto severe e il popolo ha seguito le direttive in modo uniforme. In Svizzera e in tutta l'Europa si è dibattuto a lungo sull'uso della mascherina. Per me è una cosa inspiegabile. Penso che in Cina si sia deciso di puntare più sulla salute pubblica, mentre in Svizzera sulle libertà individuali".

Fabio Dotti/Nouvo
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