(©Italo Rondinella)

La Turchia che cambia

Un anno fa il tentato colpo di Stato. Istanbul festeggia la ricorrenza demolendo il centro culturale ed erigendo una moschea

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Sarà circondata da due edifici la folla che si incontrerà in piazza Taksim a Istanbul per uno degli eventi che commemora il fallito golpe in Turchia dello scorso anno. Uno sta per essere distrutto mentre dell’altro la costruzione è appena cominciata. Il presidente Erdogan ha annunciato la demolizione del grande Centro Culturale intitolato al fondatore della Turchia laica e repubblicana Mustafa Kemal Ataturk. La struttura, considerata “orribile” dal presidente turco, occupa un lato della piazza e fin dagli anni ’60 è stato uno dei simboli più importanti della vita culturale di Istanbul. Sul lato opposto è iniziata invece la costruzione di una grande moschea, progetto a cui la sovraintendenza si è opposta per decenni ma voluta da Erdogan sin dagli anni ‘90 quando era sindaco di Istanbul. La moschea occuperà quasi 2500 metri quadri e sorgerà dietro al Monumento della Repubblica, voluto dal padre della patria Ataturk e dedicato alla guerra di Indipendenza che egli condusse per fondare la Turchia moderna.

L'altra guerra

Una seconda guerra di indipendenza, nella retorica governativa, è stata combattuta per le strade di Istanbul e Ankara il 15 luglio 2016. Quella notte, un gruppo di militari bombardò il Parlamento e prese il controllo di aeroporti, basi militari e della Radiotelevisione statale. Erano convinti di poter rovesciare il presidente Erdogan ma trovarono l’opposizione civile della popolazione che scese in strada per confrontarsi coi soldati proprio dopo una chiamata del presidente turco. Più di 240 persone persero la vita in quella notte di violenza e terrore. Per la prima volta nella storia della Turchia repubblicana la popolazione scelse di opporsi a un colpo di Stato militare. Sebbene tutti i partiti politici e la stragrande maggioranza della popolazione turca si siano dichiarati contrari all’intervento militare, nelle settimane seguenti furono principalmente i sostenitori di Erdogan a festeggiare ogni notte per le strade di Istanbul e Ankara (vd video).

Lo Stato d'emergenza

Per assicurare alla giustizia i responsabili del golpe, il 20 luglio venne dichiarato lo Stato d'emergenza che è tuttora in corso. Fethullah Gulen, predicatore islamico turco residente negli USA e per anni alleato di Erdogan, è considerato dal governo la mente dietro il golpe ma, come Obama, anche il presidente Trump non ha mai acconsentito all’estradizione richiesta da Ankara. Secondo l’opposizione in Turchia, le misure introdotte dallo Stato d'emergenza non hanno colpito solo i seguaci di Gulen, ma anche dissidenti di ogni sorta. Oltre un centinaio i mezzi di informazione chiusi, più di 150 i giornalisti in carcere. I presunti gulenisti arrestati sono più di 50mila e oltre 100mila i lavoratori pubblici licenziati. A un anno dal fallito golpe del 15 luglio il presidente Erdogan ha spaccato la popolazione a metà con una vittoria risicata a un referendum per aumentare i suoi poteri, una divisione nella società che permane anche oggi nel giorno della commemorazione del fallito colpo di Stato.

Filippo Cicciù

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