Sulla copertina del suo ultimo libro c’è ancora l’immagine di Ali Khamenei che si appresta a sedere sul trono che fu di Khomeini. Ma non appena accesa la telecamera e iniziata l’intervista, Ross Harrison parla del successore, Mojtaba Khamenei, appena nominato nuova guida suprema. “La preoccupazione degli ayatollah - spiega l’accademico e analista al Middle East Institute - è la sopravvivenza del regime. Null’altro conta. E la scelta del figlio di Khamenei, per molti versi insolita, conferma il messaggio di continuità: il regime non cambia”.
Come potranno gli Stati Uniti farlo collassare?
Ross Harrison: “Questo regime è stato costruito per resistere a momenti come questo. Ha studiato il crollo di regimi come quello di Gheddafi, la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la caduta dello Shah, imparando come i regimi collassano. Da quella lezione ha tratto una resilienza istituzionale”.
Ross Harrison
E se il conflitto durasse a lungo?
“Lo si è visto nel giugno 2025: quando un intero gruppo di funzionari della sicurezza è stato ucciso dagli israeliani, ma il regime si è ‘autorigenerato’ e si è riorganizzato velocemente. Più il conflitto si prolunga, più aumentano le probabilità di defezioni interne al regime. Ma non si tratterebbe di un collasso, bensì di un nuovo adattamento. Per arrivare al crollo vero e proprio sarebbe necessaria una distruzione totale. Ma queste restano comunque probabilità, non certezze...”
Qual è la strategia di sopravvivenza del regime di Teheran?
“Di fronte a una minaccia esistenziale, la strategia iraniana è fare di tutto per allargare il conflitto, moltiplicando gli obiettivi difficili da proteggere per gli Stati Uniti - come gli alleati arabi del Golfo - per aumentare la pressione su Washington”.
Il prezzo del petrolio
Il prezzo del petrolio è un’arma per gli ayatollah?
“Questa è la leva in mano agli iraniani. Gli iraniani sono consapevoli di non poter vincere sul piano militare: l’obiettivo è infliggere il massimo danno possibile per abbreviare il ciclo di violenza, spingendo gli Stati Uniti ad arrendersi, dichiarare vittoria e ritirarsi... trovandosi poi a fronteggiare Israele direttamente. Ma molto dipende da quanto il conflitto si rivelerà contagioso: quasi ogni settimana un nuovo attore entra in scena (come abbiamo visto in Iraq nelle ultime ore)”.
...e quando Donald Trump potrebbe cantare vittoria?
“Non è chiaro cosa potrebbe rivendicare. Probabilmente sosterrà di aver protetto gli alleati arabi del Golfo - protezione che in realtà non sta garantendo - e di aver fornito supporto militare a Israele in quanto alleato americano. Dichiarerà la vittoria anche se i fatti sul terreno non la confermano...”
Il libro di Ross Harrison
L’impressione è che il presidente americano non voglia un conflitto lungo e cerchi una via d’uscita. Quale potrebbe essere?
“Non è chiaro quale sia per lui una via d’uscita: gli obiettivi non sono definiti e continuano a cambiare. Senza un risultato preciso da rivendicare, è difficile capire quando potrebbe fermarsi...”
Non passa giorno, però, senza che la Casa Bianca o il Pentagono rivendichino i successi delle operazioni militari...
“La missione sembra procedere secondo i piani... Ma l’errore più significativo è l’assenza di un orizzonte politico. Un’iniziativa militare senza un percorso chiaro verso un obiettivo politico realistico resta un errore, indipendentemente dalla brillantezza tattica. Non esiste una traiettoria definita su come trasformare l’azione militare in un esito migliore per il popolo iraniano, per la regione, per Israele o per gli americani. Senza quella visione, si rischia di vanificare qualsiasi valore strategico”.

Iran: da Khamenei a Khamenei
Telegiornale 09.03.2026, 12:30








