Libano tra corruzione e distruzione

La ricerca della verità sull'esplosione del 4 agosto prosegue - La popolazione necessita di aiuti subito - La Catena della Solidarietà è in loco

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Il Libano, dopo l'esplosione al porto del 4 agosto, ha tenuto banco nelle cronache di mezzo mondo per una settimana. Adesso sembra quasi non ci sia più. Certo, su quella sponda del Mediterraneo, la ricerca della verità continua, ma, è noto, ci vorranno anni. "Aspettiamo l'indagine - ha detto all'AP il capo dei pompieri, Khankarli - ma ciò che non c'è più non può essere recuperato". E non ci sono più 181 persone, mentre 45 restano disperse e quelle che hanno perso tutto sono migliaia.

 

Alaa Saad era uscito in barca con gli amici per fare immersioni. Ha visto l'esplosione da due chilometri e mezzo da riva e poi ha visto l'onda che si avvicinava velocissima. "Non riuscivo nemmeno a pensare - ha detto all'AP - se volevo saltare in acqua o rimanere sulla barca. Dopo di che ho pensato che fosse la fine di Beirut, o la fine del mondo o che fosse ricominciata la guerra". Pensieri, questi, che hanno accomunato la popolazione di una città - Beirut - che, dopo la devastante guerra civile, aveva ricominciato a tornare alla vita.

Qui, prima dell'esplosione, c'era un salone di bellezza
Qui, prima dell'esplosione, c'era un salone di bellezza (©Keystone)

Vicino al porto commerciale, andato completamente distrutto, erano stati aperti bar, ristoranti, commerci, hotel. Qualcuno era persino riuscito a comprasi un appartamento con vista mare. Di tutto questo, adesso, non c'è più traccia. E non va meglio nei quartieri interni dove vivono i rifugiati: siriani e palestinesi in primis.

Poche certezze

C'è un giornalista investigativo, Riad Kobaissi, che dal 2012 segue la corruzione al porto e all'interno delle autorità doganali. Quanto ha riferito (e documentato) in questi anni è stato ora diffuso anche dall'Associated Press (AP). In breve: l'armatore russo della Rhosus - la nave che partita dal porto di Batumi aveva attraccato a Beirut il 19 novembre del 2013 con il suo carico di 2'755,5 tonnellate di nitrato d'ammonio destinato al Mozambico - era in difficoltà finanziarie. Avrebbe voluto acquistare macchinari pesanti in Libano (versione ufficiale), ma... la nave già sovraccarica e il mancato pagamento delle tasse portuali portarono al sequestro del cargo che non riprese più il mare.

Le segnalazioni sulla pericolosità del carico - nel frattempo stoccato nel Magazzino 12 del porto - si sono susseguite dal 21 febbraio 2014. L'ultima, la più preoccupante, è giunta in un rapporto datato 20 luglio 2020. Avvertiva che "la porta numero 9 del magazzino è stata scardinata e staccata dal muro in modo da permettere a chiunque di entrare e rubare il nitrato d'ammonio" (che, come noto, serve anche a fabbricare esplosivi). Insomma: si sapeva che quel deposito era a rischio, ma nessuno, in sette anni, si è mosso per risolvere il problema.

Il 4 agosto l'esplosione e la distruzione. Gli aiuti internazionali sono scattati immediatamente. Tra questi anche quelli dalla Svizzera

Su un punto tutti coloro che si sono attivati concordano. Gli aiuti devono giungere direttamente alla popolazione e non al Governo (nel frattempo dimessosi). La Catena della Solidarietà continua a raccogliere le donazioni di coloro che volessero dare una mano a chi, per il silenzio di pochi, ha perso tanto, troppo e sa, come ricordava il capo dei pompieri, che ciò che non c'è più non potrà più essere recuperato.

(Trovate l'appello di Carla Norgauer, testimonial della Catena della Solidarietà nel video in apertura. Nella foto: un profugo siriano che aveva trovato rifugio in Libano)

m.c./AP

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