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Tradizioni (©Reuters)

Un voto come uno tsunami

Brexit, il punto della situazione con Lorenzo Amuso, collaboratore RSI da Londra

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Dal nostro collaboratore a Londra*

Rischia di deflagrare il progetto europeo, mentre l’unità del Regno Unito è sotto minaccia. Un voto come uno tsunami. Inatteso nel risultato, imprevedibile nelle conseguenze. Le prime, più evidenti, hanno affondato la sterlina, destabilizzato le borse di tutto il pianeta. L’economia britannica è sotto scacco. Sospesa tra vecchie certezze ormai scadute, e nuove aspirazioni ancora lontane dall'avverarsi. Ostaggio dell’esito di un referendum che spinge il paese verso uno splendido isolamento ormai dimenticato.

Senza precedenti

La maggioranza del paese, preferendo un cambiamento ricco di incognite alle certezze dello status quo, ha spiazzato l’establishment internazionale politico-economico e inaugurato una nuova era per il Regno Unito. Che non sarà catastrofica come minacciato dagli oratori del fronte Remain. Ma neppure così paradisiaca, secondo i vaticini dei sostenitori della Brexit. Sarà quello che è, un inedito senza precedenti. Semplicemente perché non era mai successo che uno Stato sovrano lasciasse l’Unione Europea, o anche solo un’unione commerciale. Il Regno, votando il divorzio da Bruxelles, ha girato le spalle a 41 anni di storia comunitaria, ai vantaggi del mercato unico, alle minacce sottese dei suoi vicini. Rappresentando un pericoloso precedente che potrebbe scatenare un effetto domino.

Hanno vinto gli anziani

Ha vinto la protesta e la voglia di cambiamento. La provincia sulle aree urbane. Le classi popolari sulla City. Gli anziani sui giovani: sopra i 45 anni si è votato Brexit, i più giovani hanno contrassegnato Remain. Ma i nonni hanno deciso il futuro dei nipoti. Coraggio, o incoscienza. Comunque con una forte matrice britannica, perché l’insofferenza verso lacci e laccioli, come la diffidenza per la burocrazia, restano sentimenti condivisi trasversalmente. Che hanno infine trovato una legittimità elettorale. Fatale per il Premier David Cameron, il volto di questa gigantesca disfatta. Auto-indotta: non voleva questo referendum, è stato costretto ad indirlo, ha sancito la fine anticipata della carriera politica. Per la sua successione è corsa a due, dei volti onnipresenti della campagna Leave: Boris Johnson e Michael Gove. Ma chiunque traslocherà al 10 di Downing Street, oltre ai difficili negoziati con Bruxelles, dovrà ricompattare il partito conservatore, e prima ancora, scongiurare la frammentazione del Regno.

Scozia e Irlanda del Nord

Non erano passate due ore dalla proclamazione dei risultati, che dalla Scozia già giungevano le prime dichiarazioni di orgoglio indipendentista. A nord del Vallo di Adriano, così come Irlanda del Nord, la Brexit non ha sfondato. Al contrario. E ora si teme l’isolamento, con pesanti ripercussioni economiche. Edimburgo torna ad accarezzare l’utopia secessione, a soli due anni dalla bocciatura indipendentista del 2014. A Belfast vacilla l’intesa del Venerdì Santo del 1998, con il ripristino della frontiera tra nord e sud. E si sogna un referendum d’unificazione irlandese. Velleità più che ambizioni, ma l’ignoto spaventa. Ancor più se non voluto, ma subito da una maggioranza silenziosa che ha spiazzato il mondo.

*Lorenzo Amuso

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