Christiane Brunner nel 2004 (keystone)

Come nacque lo sciopero delle donne

L'intervista di Lucia Mottini all'allora sindacalista Christiane Brunner, protagonista di quello del 1991

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Lo sciopero delle donne: da dove viene questa idea ed è ancora un mezzo valido per ottenere la parità? Ne abbiamo parlato con la sua iniziatrice nell'ormai lontano 1991: l'allora sindacalista Christiane Brunner, poi protagonista di molte vicende politiche svizzere. Lucia Mottini l’ha incontrata recentemente nella sua casa ginevrina.

Christiane Brunner, come le è venuta questa idea stravagante di fare uno sciopero nel paese della pace del lavoro e in più che coinvolgesse tutta la società?

CB: L’idea è nata da un’orologiaia, una mia compagna nel sindacato. Un’idea lanciata in aria così, in una riunione: “Siamo stufe, non si muove niente, facciamo uno sciopero! Era una battuta. Ma poi ci ho riflettuto e mi sono detta “L’idea è buona!”. (ride)

All’epoca era un’idea del tutto rivoluzionaria quella di coinvolgere anche le donne che “non lavorano”, tra virgolette! Non era un’idea facile da far passare. 

La prima cerchia da convincere era quella sindacale, composta al 98% da uomini. Cosa si diceva in quelle riunioni?

Che era un’idea totalmente folle che non funzionerà mai. Altri pensavano che lo sciopero è talmente una cosa seria che non si può banalizzarlo, in particolare con delle casalinghe. Alcuni sindacalisti avevano anche paura perché lo sciopero era proibito nelle convenzioni collettive del lavoro. Con il tempo ho potuto convincerli che l’idea era forse originale, ma interessante.

Come coinvolgere tutte le donne? L’impresa non era mai stata tentata da un sindacato, con mezzi limitati, in un’epoca in cui non esistevano i telefonini e internet.

C’erano le disuguaglianze: la parità era iscritta nella Costituzione da dieci anni e non era realizzata. Non ho avuto bisogno di convincerle: era una realtà che vivevano, sapevano molto bene di cosa parlassi. Quello è stato il lato più facile.

Volantinaggio, distribuzione di piccole brochure di spiegazione…ma come essere certe della mobilitazione delle donne?

Ero convinta della riuscita, ma avevo comunque paura. Si cerca di organizzare e di fare del proprio meglio…ma se non c’è nessuno? Se le strade restano vuote? Ho avuto momenti di tremenda angoscia, ma ero anche sempre entusiasta. Ma ho avuto angosce fino all’ultimo giorno.

La sorpresa c’è stata soprattutto alla fine della giornata. Devo dire che i media avevano  sostenuto bene l’idea dello sciopero delle donne. La sera, quando sono andata alla televisione per un’intervista, ho scoperto per la prima volta le immagini della giornata: non stavo più nella pelle! (ride) Ero sommersa dall’emozione perché non mi aspettavo una simile adesione.

Quello sciopero ha cambiato qualcosa nella vita delle donne?

Le ha rese coscienti delle disuguaglianze, ma anche che insieme avevano il potere di combatterle. Ha suscitato una presa di coscienza. Questo è avvenuto il giorno stesso. Ha fatto un gran bene alle donne che vi hanno partecipato e ne conservano un ricordo sfolgorante.

 A lungo termine ha avuto degli effetti sulla legge sull’uguaglianza che aspettavamo dall’iscrizione nella Costituzione. Qualcosa è quindi successo sul piano istituzionale e sul piano parlamentare!

Il 14 giugno del 1991 ispira ancora oggi i movimenti femminili e sindacali con la ripresa, l’anno scorso e quest’anno, della data e della parola sciopero. C’è ancora molto da rivendicare oggi da parte delle donne secondo lei?

Fare la lista è fastidioso perché ogni volta occorre ricominciare da capo o quasi. Prendo la rivendicazione principale: la parità salariale. Non si è fatto nessun passo avanti. Mi dico: non è possibile! C’è molto da fare in tutti i campi. Ma la parità salariale è il fondamento su cui poggia la vita professionale e la vita famigliare. È spesso il livello del salario che decide chi dei due si fermerà un attimo, del tutto o per niente. Determina anche le disuguaglianze a livello delle assicurazioni sociali.

Trovo che il movimento in Svizzera è molto dispersivo e che bisognerebbe concentrarsi su questo tema: si avrebbero maggiori possibilità di successo. Perché persino nei mestieri peggio remunerati come la vendita ci sono delle disuguaglianze salariali tra uomini e donne.    

L’epidemia di coronavirus sembra aver sensibilizzato la società sull’importanza di mestieri esercitati soprattutto da donne. Ci sono state gli applausi alle finestre…   

Se si potesse farne qualcosa… Ma quello che non vedo è il legame tra gli applausi e le loro condizioni di lavoro. Onestamente. Cambierà qualcosa, ci saranno miglioramenti salariali? È da vedere: non ne sono convinta! Sono convinta che sia necessario ma non sono convinta che sarà fatto!

Lucia Mottini
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