Il testo è sostenuto dalla sinistra e da i Verdi Liberali, per la destra non serve un disciplinamento costituzionale (Keystone)

Dibattito sulle armi molto acceso

L'iniziativa "Contro l'esportazione di armi in Paesi teatro di guerre civili" divide i parlamentari

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Acceso dibattito oggi, lunedì, al Consiglio nazionale sull'iniziativa popolare "Contro l'esportazione di armi in Paesi teatro di guerre civili" (Iniziativa correttiva). Se da un lato si è fatto leva sulla tradizione umanitaria elvetica, dall'altro si è posto l'accento sugli aspetti economici. La commissione preparatoria, come gli Stati, ne propone la bocciatura, a favore del controprogetto indiretto proposto dal Governo, leggermente modificato. Proprio queste modifiche hanno catalizzato l'attenzione dei parlamentari.

L'iniziativa vuole garantire il controllo e la partecipazione democratica e impedire l'esportazione di materiale militare in Paesi teatro di violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani o di guerre civili, ha ricordato in entrata Doris Fiala (PLR/ZH), a nome della commissione. Prevede che i criteri di autorizzazione per l'export, oggi disciplinati a livello di ordinanza, vengano iscritti nella Costituzione. Ciò significa che popolo e cantoni sarebbero chiamati a decidere in merito a eventuali modifiche.

Esportare la pace

Il testo è sostenuto dalla sinistra, ma anche dai Verdi Liberali. Nel corso del dibattito, Léonore Porchet (Verdi/VD) ha elencato una serie di recenti "incidenti" che hanno permesso ad armi svizzere di giungere in zone teatro di guerra, gettando cattiva luce sulla Confederazione e la sua neutralità. "L'iniziativa è la risposta a questa promesse tradite", ha sostenuto, chiamando il plenum a sostenerla.

Greta Gysin (Verdi/TI) ha ricordato i vari tentativi del Governo di allentare le norme in vigore. Eppure non dobbiamo dimenticare che "le armi e il materiale bellico uccidono", ha aggiunto. Il Governo è venuto meno alle sue promesse di 12 anni fa ed è qui che vuole intervenire l'iniziativa, ha spiegato.

"Vogliamo esportare la pace e non la guerra, i nostri buoni uffici, i servizi di mediazione", le ha fatto eco Marionna Schlatter (Verdi/ZH). Priska Seiler Graf (PS/ZH) ha da parte sua ricordato la levata di scudi della popolazione nel 2018 contro la volontà del Consiglio federale di allentare le restrizioni nelle esportazioni di materiale bellico.

Difendere aziende

Per la destra non è invece opportuno un disciplinamento a livello costituzionale. Il Parlamento avrebbe meno competenze, ha rilevato Bruno Walliser (UDC/ZH), sottolineando inoltre l'importanza dell'industria tecnica, e le sue esportazioni, per l'economia svizzera. Oltretutto "puntiamo sulle armi difensive, prodotte per tutelare la popolazione", ha proseguito.

L'iniziativa si spinge troppo lontano anche per il PLR. Da un punto di vista politico non è giusto che popolo e cantoni decidano i criteri di esportazione, ha fatto notare Maja Riniker (PLR/AG), spezzando una lancia in favore di un disciplinamento a livello di legge.

Analoga la posizione di Thomas Rechtsteiner (Centro/AI), che ha pure sottolineato l'importanza del know-how dell'industria bellica elvetica per l'esercito svizzero. Anche Rocco Cattaneo (PLR/TI) ha posto l'accento sul settore che produce materiale bellico fatto di centinaia di aziende "che non potrebbero sopravvivere con la sola domanda interna". "Un'adozione dell'iniziativa sarebbe drastica per l'industria della sicurezza", gli ha fatto eco Alex Farinelli (PLR/TI).

Il controprogetto

Anche il Consiglio federale ritiene eccessiva l'iniziativa e ha elaborato un controprogetto indiretto, a livello di legge quindi, ciò che consente al popolo di avere l'ultima parola tramite referendum facoltativo. Esso elimina le deroghe di esportazione per i Paesi che violano gravemente e sistematicamente i diritti umani. Le vendite a Paesi in guerra civile continuerebbero ad essere vietate.

Lo scorso mese di giugno il Consiglio degli Stati ha voluto inasprirlo, cancellando una deroga da questi criteri concessa all'Esecutivo in circostanze eccezionali, per salvaguardare gli interessi di politica estera o di sicurezza nazionale. Proprio su questa deroga si sono concentrati molti interventi. La clausola è particolarmente mal digerita a sinistra, ma anche al centro, poiché secondo questi schieramenti indebolirebbe troppo il controprogetto.

La commissione preparatoria propone al plenum di stralciarla, poiché la considera una cambiale in bianco. Ritiene tuttavia che in casi eccezionali determinate deroghe debbano restare possibili, "ma devono essere limitate ai Paesi democratici che dispongono di un sistema di controllo delle esportazioni paragonabile a quello della Svizzera".

Raccomanda inoltre la bocciatura di altre due proposte volte a rendere più severo il controprogetto. La prima prevede che la fornitura di pezzi di ricambio sia soggetta alle stesse condizioni di quelle applicate al materiale bellico, la seconda di disciplinare il divieto di esportazione nei casi in cui esiste un rischio elevato, anche al di fuori del Paese destinatario, che il materiale bellico sia impiegato contro la popolazione.

Il dibattito si concluderà mercoledì.

ATS/FD
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