L'avvocato ed ex procuratore Paolo Bernasconi
L'avvocato ed ex procuratore Paolo Bernasconi (tipress)

"Mafia? La norma va rivista"

‘Ndrangheta in Svizzera: intervista all’avvocato ed ex procuratore Paolo Bernasconi

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Quindici persone sono state arrestate oggi, martedì, in Svizzera poiché ritenute affiliate ad associazioni mafiose di stampo ‘ndranghetista: 13 alla cosiddetta cellula di Frauenfeld, altre due alla ‘ndrina di Condofuri. Tutte potrebbero essere perseguite in Svizzera ma il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha scelto di delegare l’istruzione del processo alle autorità italiane. Una procedura piuttosto insolita? “No tutt’altro”, ci spiega l’avvocato Paolo Bernasconi, ex procuratore pubblico ticinese e per anni attivo nella lotta alle mafie e ai loro traffici illeciti:

“È un modo di procede abituale con l’Italia, con la quale esiste un’ottima collaborazione in ambito giudiziario. La Svizzera si limita a fornire assistenza aprendo comunque un procedimento penale: se l’esito del processo oltreconfine sarà soddisfacente, l’MPC non procederà oltre, viceversa se la sentenza non sarà quella che ci si aspetta gli imputati verranno processati anche da noi”.

Questo succede specialmente nell’ambito del crimine organizzato?

“In questi casi i procedimenti sono molto complessi e presuppongono un alto livello di conoscenza delle attività criminali e del territorio. In questo caso parliamo di mafia calabrese, è meglio che se ne occupino gli italiani, le autorità elvetiche farebbero fatica”.

In Svizzera non esiste il reato di associazione mafiosa, ma solo di organizzazione criminale, punibile al massimo con cinque anni di carcere. Cosa comporta?

“Dal punto di vista della cooperazione fra le autorità penali italiane e svizzere non cambia niente: i due reati sono sovrapponibili in quanto i fatti commessi in Italia sono perseguibili anche qui. Non importa quale sia la denominazione del reato nel codice penale. Ma c’è di più: è meglio che queste persone vengano processate in Italia, lì se condannate rischiano sanzioni molto più pesanti”.

Diversi procuratori pubblici in Svizzera lamentano però una situazione insoddisfacente nei procedimenti interni...

“Sì, assolutamente. Le condizioni per  applicare la norma e punire il crimine organizzato sono troppo rigorose. Il Consiglio federale ha detto più volte che non c’è motivo di rivedere l’articolo, ma queste dichiarazioni non sono più comprensibili se vogliamo combattere il terrorismo e la mafia, che mette in pericolo anche il Ticino”.

Come contrastare, quindi, efficacemente le organizzazioni transnazionali?

“Gli strumenti penali ci sono e in Europa sono relativamente armonizzati. Fondamentale è la cooperazione fra le diverse autorità di giustizia e di polizia. Il problema in questo senso è che ci sono paesi collaborativi, l’Italia prima fra tutti, e altri molto meno: la Gran Bretagna ha un atteggiamento ostativo e riluttante, mentre con l’Ungheria, la Bulgaria o la Romania, per esempio, la cooperazione internazionale è un disastro”.

“C’è poi un altro aspetto che impedisce una lotta efficace al terrorismo e al crimine organizzato in Svizzera: non esistono corsi di perfezionamento per quanto riguarda le tecniche di interrogatorio. Interrogare mafiosi o jihadisti non è come far vuotare il sacco ad un ladro o ad un piccolo rapinatore…”.

Ludovico Camposampiero

 

Sacra 'Ndrangheta di Frauenfeld

Era il 22 ottobre 2015, quando il tribunale di Reggio Calabria, ha emesso una sentenza di dura condanna contro due ‘ndranghetisti della cosca di Frauenfeld, che controllerebbe alcune agenzie di bus attivi sulla tratta tra la Calabria e la Svizzera e specializzati anche in viaggi religiosi per Lourdes e Medjugorje. Maria Roselli e Marco Tagliabue, della redazione di Falò, hanno indagato sulle infiltrazioni dell'organizzazione mafiosa calabrese in Svizzera.

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