Christian Dussey, esperto di sicurezza e già ambasciatore in Iran, è dallo scorso aprile a capo del SIC (keystone)

Una nuova impronta all'intelligence svizzera

Come dovrà svilupparsi il lavoro del Servizio delle attività informative della Confederazione? Le considerazioni del nuovo direttore Christian Dussey

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Christian Dussey è dallo scorso aprile il nuovo direttore del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC). Già responsabile del Centro ginevrino di politica di sicurezza (GCSP), e ambasciatore in Iran, Dussey ha tenuto ieri la sua prima conferenza stampa in qualità di capo dell'intelligence svizzera. Ma quale impronta intende conferire al lavoro dei nostri servizi informativi?

"L'efficacia di un'intelligence si misura col suo rendimento e la sua legittimazione. Riguardo al rendimento, siamo un po' come un'impresa: abbiamo dei mezzi - quindi del personale e un budget - una struttura e una strategia. Si tratta quindi di combinare al meglio i mezzi a disposizione per poter raggiungere gli obiettivi della strategia e compiere la nostra missione, che consiste nella ricerca di informazioni con strumenti particolari previsti dalla legge, avere una forte capacità di analisi di queste informazioni e un'altrettanto forte capacità di prevenzione. Perché non solo abbiamo clienti sempre più esigenti (che chiedono analisi attente, nel formato giusto e utili), ma pure avversari che, per esempio nell'ambito del terrorismo o dello spionaggio, agiscono in modo sempre più sofisticato. Di conseguenza anche noi dobbiamo operare in modo più sofisticato, come appunto un'impresa privata in un mercato molto concorrenziale".

Lei ha appunto insistito sulla capacità di analizzare bene le informazioni d'intelligence ricevute. Significa che finora è stata una debolezza dei servizi svizzeri?

"No, non credo. Sono in funzione da tre mesi, ho avuto modo di leggere tutti gli ultimi rapporti del servizio e devo dire che sono fiero del lavoro svolto. Vengo da 30 anni di diplomazia e ho visto documenti di grande qualità. Aumentare il rendimento, come detto, è come avere un'impresa che vende prodotti già molto buoni - come nella telefonia mobile poteva essere il caso di Nokia negli anni Novanta - ma che necessita di rinnovarsi costantemente per non sparire con l'avvento dell'iPhone. Io insisterò sull'agilità e sulla capacità di adattamento nell'analisi delle informazioni. Non significa che in precedenza si sia lavorato male, ma che le sfide sono sempre più grandi e che esse si sviluppano in modo sempre più veloce".

Ma qual è allora il suo primissimo bilancio d'attività?

"Ho visto operazioni eseguite, o in corso d'esecuzione, che sono straordinarie. E ho visto collaboratrici e collaboratori che non esitano a prendersi dei rischi personali per la sicurezza della Svizzera. Sono fiero di tutto questo".

Il SIC ha però avuto non pochi problemi negli scorsi anni: di gestione al suo interno ma anche politici, si pensi ad esempio alle divergenze di vedute fra il suo predecessore e Viola Amherd sulla necessità di riferire tutto e subito al Governo...

"Per me sono importanti sia il rendimento sia la fiducia. Concepisco il rendimento come la capacità di fare qualcosa di molto buono con i mezzi a disposizione, mentre la fiducia in noi deve essere a 360°: deve esserci dalla politica, dai nostri partner, dai media e dalla popolazione perché in una democrazia, e mi ripeto, l'efficacia di un servizio informativo si misura con la sua performance e la sua legittimazione e la legittimazione si basa sulla fiducia. Non siamo in uno stato autoritario, la fiducia è critica e se non c'è fiducia non riusciramo a svolgere la nostra missione, che è di anticipare e prevenire".

Gian Paolo Driussi

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