Molti dei 116 feriti nell’incendio di Crans-Montana costato la vita a 40 persone dovranno affrontare lunghi mesi di cure e riabilitazione. Modem ha interrogato sul tema il professor Yves Harder, responsabile del servizio di chirurgia plastica, ricostruttiva, estetica e della mano (CEPREM) presso l’ospedale CHUV di Losanna ed ex primario di chirurgia plastica presso l’Ente Ospedaliero Cantonale (EOC).
Attualmente, spiega Harder, il CHUV sta trattando dieci feriti gravi tra pazienti adulti e pediatrici, che sembrerebbero essere stabili. Si tratta di feriti con una superfice ustionata dal 50% in su. “Sono intubati e hanno due problemi: l’ustione della pelle più o meno estesa in superficie”, osserva il professore, “e una sindrome da ustione, che richiede un supporto immenso di antidolorifici e di cure intense, perché i vasi sono permeabili e quindi hanno bisogno di sostegno e di liquidi”. Per gestire queste problematiche serve un notevole lavoro di squadra, dove si incontrano diversi professionisti e specialità.
I pazienti inizialmente trasportati allo CHUV erano 22, con ustioni gravi con “un disegno e un pattern abbastanza simili”, in cui sono stati colpiti “il dorso delle mani, le braccia in modo circolare, il collo e tutto il tronco, mentre le parti inferiori sono state un po’ meno interessate”, sottolinea il professore. “Abbiamo dovuto prima fare l’escarotomia, ovvero un taglio della pelle bruciata”, che dà “la possibilità al sangue di arrivare alle dita”. “In parallelo a questo c’è tutto il sopporto di cure intensive”, che permette ai “pazienti intubati, di mantenere la funzionalità degli organi vitali”. Oltre alle ustioni per il contatto con il fuoco, i pazienti sono stati colpiti da temperature molto elevate: “Lo vediamo nelle vie respiratorie, dove vi sono grandi ferite”.
Sono stati diversi i feriti trasportati dalla Svizzera ai Paesi vicini, o in quelli di provenienza delle vittime. Il primo obiettivo è stato quello di “rimpatriare i pazienti dall’estero nei loro Paesi”, dice il professor Harder. Si è trattato principalmente di Francia e Italia, con i centri più adeguati per la cura di tali ferite. Inoltre decine di svizzeri sono stati trasferiti in Paesi diversi.
La decisione sui trasferimenti è stata presa chiarendo chi aveva uno stato generale stabile “per poter andare con un elicottero, o un aereo, in un altro ospedale”. In alcuni casi “sono state fatte delle negoziazioni con alcuni genitori”, poiché alcuni volevano spostarsi, altri no, perciò nella valutazione sul trasferimento all’estero “è stato tenuto in conto chi avesse familiari (all’estero, ndr) e in quali Paesi, per avere almeno (una situazione, ndr) di prossimità”.
Ricostruzione della pelle: dal tessuto proprio alla ricostruzione in laboratorio
Oltre alle prime cure, si dovrà ricostruire la pelle dei pazienti, possibilmente “con la loro pelle, che viene prelevata in una regione del corpo, in cui la cute è ancora integra”. Tuttavia, “in un paziente in cui l’ustione raggiunge il 70-80% (della superfice corporea, ndr), questi siti di prelievo non esistono più”. Ciò accade perché “non si può prelevare la pelle ovunque sul corpo”, perciò bisogna fare affidamento su dei “piccoli prelievi di epidermide del paziente con cui si sviluppa un foglio, uno spray di cellule”. Proprio a Losanna vi è un laboratorio che si occupa di questo processo, però “questo richiede tempo, più o meno due-tre settimane”. Per il momento la pelle dei degenti verrà coperta “con pelle artificiale, proveniente da diversi animali”.
Riabilitazione: un importante lavoro di fisio- ed ergoterapia
Nella presa a carico dei grandi ustionati vi sono quindi diverse fasi, tra cui il primo intervento e la cura. In seguito, vi è un’importante fase di riabilitazione, dove i pazienti dovranno concentrarsi sulla fisio- e l’ergoterapia. In questo stadio bisognerà fare “movimenti continui, bendaggi complessivi, in modo che la pelle che è stata trapiantata faccia delle cicatrici il più morbide possibile”, rimarca il professore. “Siccome le mani sono state toccate abbastanza violentemente, devono rimanere sempre in movimento”, perché, nel caso contrario potrebbero formarsi “delle contratture e le dita sarebbero difficili da utilizzare”. Inizialmente “il lavoro con l’ergoterapista sarà quotidiano”, e i pazienti “dovranno utilizzare guanti o manicotti di compressione”. In aggiunta, anche il lavoro psicologico sarà essenziale, poiché “l’età media (dei feriti, ndr) è sotto i 25 anni, persone che avevano tutta una vita davanti”, quindi per loro “la situazione è ancora più difficile”.









