La Banca Nazionale torna ai tassi positivi

Il Quotidiano di giovedì 22.09.2022

Luci e ombre dell'innalzamento del tassi in Svizzera (Keystone)

Tassi positivi, pro e contro

La decisione della BNS combatterà l'inflazione, ma potrebbe ripercuotersi su mercato del lavoro e disoccupazione; intanto, con il franco forte, chi esporta è in difficoltà

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Evitare il rafforzamento del franco o contenere l'inflazione? La Banca nazionale svizzera (BNS), dopo 7 anni di tassi negativi, cambia rotta e sceglie la seconda opzione. La BNS, giovedì mattina, ha infatti deciso di alzare i tassi di interesse e di portarli allo 0,5%, con l'obiettivo di contenere la crescita dei prezzi. Quello della BNS è il secondo intervento quest'anno, dopo quello di metà giugno, ma per la prima volta (dal gennaio del 2015) si sono abbandonati i tassi negativi; si chiude così un'era durata quasi 8 anni e ci si prepara alle conseguenze di tale decisione, tra le altre, sull'economia della Svizzera Italiana e sulle tasche dei cittadini.

"Gli effetti saranno un rialzo dei tassi di interesse (nel medio periodo ci aspettiamo che raffreddi la domanda aggregata), e questo vuol dire anche potenzialmente ripercussioni sul mercato del lavoro e sulla disoccupazione. Si potrebbe generare una frenata, speriamo non una recessione", spiega Giovanni Pica, professore di macroeconomia dell'Università della Svizzera italiana.

A rimetterci di più, probabilmente, saranno il ceto medio e le fasce fragili.

Intanto l'economia saluta positivamente la decisione della BNS, anche se non mancano le preoccupazioni. Chi produce per l'esportazione è già in difficoltà, sia per il franco forte (con l'euro al minimo storico, a quota 0,95 centesimi di franco) sia per la debolezza dei mercati ai quali si rivolge.

"Il pericolo più serio sarebbe un rapporto di cambio che scende ulteriormente. Quindi se il rapporto franco-euro si stabilizzasse al di sotto dello 0,9% allora l'impatto dei costi svizzeri per le imprese diventerebbe pressoché insostenibile e si potrebbero innescare pericoli effettivi di delocalizzazioni di attività all'estero. Questo può significare la perdita di posti di lavoro", dice Stefano Modenini, direttore Associazione industrie ticinesi (AITI).

E ci sarebbero già alcune aziende in Ticino che starebbero valutando la delocalizzazione parziale per i prossimi uno o due anni, e questo malgrado la Banca Nazionale abbia promesso di impegnarsi per contenere il rafforzamento del franco.

Guarda il servizio integrale con le interviste in testa all'articolo

QUOT/Beatrice Zeli
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