"Uniti per battere la mafia"

La procuratrice di Milano Alessandra Dolci esorta Svizzera e Italia a intensificare la collaborazione per contrastare le organizzazioni presenti anche in Ticino

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La criminalità organizzata ha ramificazioni in tanti luoghi e in molti ambiti economici. Mafia, 'Ndrangheta e Camorra – per citare solo quelle di origine italiana - esercitano un controllo a diversi livelli sull'economia, il territorio, l'ambiente dove hanno interessi. Interessi che spaziano in molti campi: dallo storico controllo del narcotraffico, alla logistica, alla ristorazione, all'eliminazione dei rifiuti, all'edilizia.

Il Ticino e la Svizzera non sono immuni da queste intromissioni. Lo dice Alessandra Dolci, a capo della Divisione distrettuale antimafia di Milano, che da 30 anni conduce un lavoro delicato di indagine su questi temi e ha conosciuto la diffusione in provincia e oltre i confini elvetici del fenomeno.

Oggi le pratiche operative delle mafie non sono più quelle iconografiche di un tempo; le organizzazioni criminali agiscono sottotraccia, cercano di non essere visibili, operano in modo meno vistoso ma non meno invadente nelle realtà dove sono inserite. In Svizzera, per usare le recenti affermazioni della responsabile della polizia federale Nicoletta Della Valle, questa presenza è stata a lungo sottovalutata. La Confederazione ha ora sviluppato una nuova strategia di lotta alla criminalità organizzata, ma come afferma Alessandra Dolci il lavoro di indagine deve essere rafforzato con una collaborazione più intensa fra polizia e magistratura dei paesi interessati.

Alessandra Dolci (nel video qui sopra un'anticipazione delle sue considerazioni) sarà ospite della prima parte di 60Minuti in onda lunedì sera su LA 2 alle 21. Seguirà il dibattito in studio con interlocutori che rappresentano magistratura e polizia ticinese.

E c’è una nuova strategia per combattere le attività mafiose in Svizzera, in cosa consiste?

La spiegazione di Gian Paolo Driussi, corrispondente RSI da Berna
La spiegazione di Gian Paolo Driussi, corrispondente RSI da Berna (RSI)

Si tratta di un piano annunciato poco più di un anno fa, la cui stesura definitiva era prevista per fine 2019 e che per certi aspetti è in realtà già entrato in funzione. Sarà fra l'altro interessante vedere in che misura l'Ufficio federale di polizia vorrà renderlo pubblico: il Consiglio federale lo definisce infatti uno strumento di lavoro interno. Sulla base di quanto filtrato negli scorsi mesi è da intendere come un pacchetto di misure amministrative e operative incentrate sulla prevenzione, quindi: divieti d'entrata, espulsioni, sensibilizzazione degli operatori finanziari, maggior scambio di informazioni fra Cantoni e Confederazione, più collaborazione con l'Italia. Cito in particolare nuovi, regolari, incontri fra le autorità cantonali e FEDPOL sulla base di quanto avviene già sull'asse Berna-Ticino per elaborare insieme determinate strategie. Il Ticino ha collaborato attivamente alla stesura di questo piano e il concetto consiste nell'estensione di quanto già avviene Sud delle Alpi in diversi altri cantoni o regioni, compreso il Grigioni italiano -soprattutto confrontato col fenomeno delle cosiddette società buca delle lettere.

 

Maurizio Corti
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