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Brusio: “fu un delitto d’impeto”

A questa conclusione sono giunti oggi in aula in Tribunale a Sondrio i tre consulenti di cui si è avvalsa la difesa

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La prova del Dna non sarebbe schiacciante, nessuna certezza sulle armi usate per la mattanza e l’unica cosa che emergerebbe chiaramente - analizzando la scena del crimine – è che quello che si è consumato a Zalende nel novembre del 2010 fu un delitto d’impeto, non quindi premeditato.

A queste conclusioni sono giunti oggi, mercoledì, in aula in Tribunale a Sondrio i tre consulenti di cui si è avvalsa la difesa del moldavo Ruslan Cojocaru, ritenuto il presunto killer di Gabriella Plozza e Gianpiero Ferrari, i coniugi freddati nella loro azienda.

L’avvocato Rossella Sclavi ha portato in aula un medico legale esperto in Dna, un perito balistico e un criminologo per cercare di smantellare i tre punti cardine su cui si regge l’accusa che vuole il moldavo presunto esecutore materiale e il valtellinese Ezio Gatti (oggi “orfano” dell’avvocato Carlo Taormina) presunto organizzatore del delitto.

Stando alla difesa, dunque, non si può affermare con certezza che il Dna rinvenuto sotto un’unghia di Gianpiero Ferrari appartenga a Cojocaru, né è dato risalire con altrettanta certezza al tipo di armi usate per freddare i due coniughi. Ed infine la scena del crimine - che denoterebbe improvvisazione e scarso controllo da parte del killer - non sarebbe compatibile con il profilo del moldavo, ex sergente di polizia addestrato ad usare le armi e a ad investigare in crimini.

L'ex autotrasportatore poschiavino verrà interrogato a Samedan

Oggi si è parlato anche di rogatoria, visto che l’ex autotrasportatore poschiavino – coindagato in Italia e Svizzera per omicidio e reati fiscali - non si è presentato in aula, nonostante la legge italiana garantisca l’incolumità a chi testimonia su fatti avvenuti prima della citazione.

La Corte ha accolto la richiesta di demandare all’autorità elvetica il suo interrogatorio che avverrà a Samedan nelle prossime settimane. Le domande verranno decise il 5 febbraio.

Come è noto il grigionese ebbe a che fare sia con l’imputato Ezio Gatti - al quale aveva venduto un semirimorchio senza mai consegnarglielo - sia con le vittime. Ai Ferrari, l’uomo aveva inizialmente conferito i mezzi di trasporto che era riuscito a salvare dal proprio fallimento nella speranza di avviare (non potendolo fare a proprio nome) una nuova attività. Ma il business non andò a buon fine, tanto che i coniugi Ferrari non pagarono alcunché per i semirimorchi avuti dall’ex autotrasportatore.

Antonia Marsetti

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