Una catastrofe ambientale ad appena una trentina di chilometri dal confine con la Svizzera e che con la Svizzera aveva molto a che fare: è il disastro di Seveso, località che oggi appartiene alla provincia di Monza e Brianza, a metà strada fra Como e Milano.
Venerdì 10 luglio saranno passati esattamente cinquant’anni da quel sabato del 1976, quando alle 12.37 si verificò un guasto in un reattore dell’ICMESA, impresa la cui sigla significava Industrie Chimiche Meda Società Azionaria e che produceva del triclorofenolo, un componente intermedio per diserbanti e cosmetici. Apparteneva alla svizzera Givaudan, ai tempi ancora filiale del gruppo Hoffmann-La Roche. Aveva sede a Meda. Ma resterà nella storia associata a Seveso. Al disastro di Seveso.
La nube tossica

Seveso, il dramma della nube
RSI Archivi 12.08.1976, 15:06
La nube di diossina uscita dalla fabbrica fu spinta dal vento verso il Comune vicino causando gravi danni cutanei soprattutto nei bambini, un’estesa moria di animali, l’evacuazione di centinaia di persone e un’esposizione prolungata a lungo termine a patologie tumorali e croniche. Gli effetti resero evidenti i pericoli dell’industrializzazione con poche regole. Tra le altre cose, portarono l’Italia ad accelerare l’adozione - avvenuta due anni dopo - della legge 194 sull’aborto (il timore di gravi malformazioni sui feti indusse i ministeri della sanità e della giustizia ad autorizzare l’interruzione di gravidanza terapeutica per le donne della zona) e a determinare l’adozione a livello europeo e mondiale di severe norme sulla sicurezza industriale.

L'ICMESA era in mani svizzere
Un bosco per non dimenticare
Oggi di quella fabbrica non c’è più traccia. Aal confine tra i comuni di Meda e Seveso ora si trova il Bosco delle Querce, un’oasi naturalistica di oltre 40 ettari. Il parco è nato dopo la demolizione dello stabilimento industriale, attorno all’unico albero sopravvissuto al disastro: un pioppo nero, ufficialmente inserito nell’elenco degli alberi monumentali d’Italia.
https://rsi.cue.rsi.ch/info/mondo/Seveso-%C3%A8-stato-%E2%80%9Cuno-spartiacque%E2%80%9D--3686734.html
Cosa accadde quel giorno

Seveso 50 anni dopo
RSI Il mondo là fuori 03.07.2026, 15:30
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L’incidente del 10 luglio 1976 liberò nell’aria una nube di tetraclorodibenzodiossina (TCDD), un sottoprodotto (ad alte temperature) di alcuni processi industriali, estremamente tossico.
La reazione non fu immediata, nonostante l’odore acre nell’aria. La popolazione non faceva troppo caso a fuoriuscite dallo stabilimento. Quel giorno “io e mia sorella Alice stavamo giocando sul balcone di casa”, racconta Stefania Senno, il cui volto segnato è diventato un simbolo di quella catastrofe e per la quale l’anniversario non ha nessun significato particolare, perché - dice - l’anniversario di quell’evento che ha contrassegnato tutta la sua vita “per me è tutti i giorni”.
Gli effetti sulla pelle
Nel giro di alcuni giorni e settimane si manifestarono le prime conseguenze della diossina: circa 200 persone - fra cui molti bambini - vennero colpite da sintomi come dermatiti acute e cloracne, molto dolorosi e visibili. Fra questi anche Stefania e Alice Senno. Morirono decine di migliaia di animali, fu contaminato il suolo.

Molti bambini soffrirono di conseguenze alla pelle
Mauro Galligani, fra i più noti fotoreporter italiani, che documentò le conseguenze dell’incidente chimico come aveva fatto poco tempo prima per il terremoto del Friuli, racconta di essere andato sul posto alcuni giorni dopo e di essere rimasto colpito da “una situazione ancora provvisoria, di confusione, come se non si sapesse ancora bene cosa fare e non fosse percepita la portata di quello che era capitato”.
Galligani scattò la foto del volto di Stefania Senno in lacrime. “La famiglia ci accolse con gentilezza assoluta e a un certo punto venne il momento della medicazione della bimba, sul letto di casa, con la bambina sdraiata, la mamma e la nonna che la tenevano perché piangeva. Le tolsero il cappuccio di lana bianco e apparve il viso in tutta la sua devastazione”, racconta.
“All’epoca non mi rendevo conto di chi fosse, ma mi è rimasto un buon ricordo di lui (...) e oggi lo ringrazio perché ha fotografato un momento che mi ricorda quello che stavo vivendo e il dolore che dovevo sopportare a soli due anni”, ha affermato Stefania Senno al Telegiornale della RSI.
Oggi che ha 52 anni e ha attraversato un lungo calvario medico con interventi di chirurgia estetica, ricorda ancora di aver pensato in passato di togliersi la vita, fermata dal pensiero del dolore che avrebbe dato ai genitori. E ricorda il nonno, sentitosi colpevole fino alla fine dei suoi giorni per aver scelto Seveso come luogo dove vivere.
“Ma la colpa era dell’ignoranza e della cattiveria, anzitutto dei responsabili dell’ICMESA”, afferma la donna.
L’informazione in ritardo
Quegli stessi responsabili dell’azienda informarono della fuga tossica le autorità solo il giorno seguente, senza ancora menzionare la parola diossina, la cui presenza fra le emissioni fu confermata in laboratorio e comunicata solo giorni più tardi. La popolazione rimase quindi esposta, gli effetti si estesero anche ai Comuni di Desio, Cesano Maderno e Meda. L’evacuazione della zona più colpita, abitata da oltre 700 persone, iniziò soltanto il 26 luglio.

L'evacuazione scattò con 16 giorni di ritardo
Vennero definiti diversi settori e nella zona A, la maggiormente toccata, si fecero poi demolire le abitazioni. Oggi resta disabitata, trasformata in un parco naturale ancora monitorato. Al di sotto si trova la “vasca di Seveso”. Si tratta di due grandi discariche sotterranee impermeabilizzate, realizzate per contenere i resti dell’ex stabilimento, le macerie delle case abbattute e gli indumenti contaminati con i resti dei reattori della fabbrica.

Divieto di accesso, ma con colpevole ritardo
Ma fino alla cosiddetta zona R (l’area di Rispetto comprendeva vaste zone meno contaminate dei Comuni di Barlassina, Bovisio Masciago, Cesano Maderno, Desio, Meda e Seveso) per anni sono stati applicati divieti di coltivazione, allevamento e consumo di ortaggi locali.

Il suolo venne contaminato, restrizioni all'agricoltura sono rimaste in vigore per anni
Gli effetti sulla salute e gli aborti prima della legge del 1978
Per l’Istituto superiore di sanità italiano fu una delle maggiori catastrofi ambientali nella storia del Paese, anche per le sue conseguenze a lungo termine, sull’ambiente così come sulle persone: negli anni infatti gli epidemiologi hanno constatato fra gli abitanti di Seveso un aumento dell’incidenza di malattie come leucemie e linfomi.
Prima ancora che la legge del 1978 legalizzasse l’interruzione volontaria della gravidanza in Italia, inoltre, alle donne incinte della zona colpita venne data la possibilità di abortire e in 32 lo fecero. Una commissione medica aveva ammesso che il rischio di malformazioni dei feti era fortemente aumentato.
Le conseguenze legali e politiche
Un processo penale contro i responsabili si concluse nel 1983 con condanne per disastro colposo, confermate poi in appello e in cassazione. Givaudan e Roche pagarono 103 miliardi di lire (circa 135 milioni di franchi di allora, equivalenti a circa 230 odierni) quale risarcimento per il danno ambientale e di salute.
L’Italia, la Svizzera e l’Unione Europea (allora ancora chiamata Comunità europea) trassero delle lezioni dall’accaduto, come ricostruito da Rita Cantalino nel recente articolo “Seveso, l’apocalisse in due tempi” apparso su “Il Tascabile” e ricordato ai microfoni di Rete Due.

“Il Tascabile”
La rivista 08.07.2026, 08:50
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In Europa furono adottate regole che rivoluzionarono la gestione del rischio industriale. Oggi le aziende devono dimostrare preventivamente di saper prevenire incidenti e informare la popolazione su produzione e rischi. Le tre direttive Seveso (in vigore dal 1982, dal 1988 e dal 2015) sono diventate un modello globale, adottato anche in Svizzera.
La Confederazione, come ricordato nelle pagine dell’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM), a seguito del disastro di Seveso, integrò un capitolo relativo alla protezione dalle catastrofi nella Legge sulla protezione dell’ambiente adottata dalle Camere nel 1983. A causa di formulazioni inizialmente troppo generiche, la vera svolta si è avuta con l’introduzione dell’Ordinanza sulla protezione contro gli incidenti rilevanti (OPIR) del 1991 che impone alle aziende rigide misure di gestione del rischio e di sicurezza.
La svolta scientifica
L’incidente rivelò subito un problema: non esistevano né conoscenze scientifiche sugli effetti della diossina sull’uomo né strumenti per misurarla nel sangue.
Il primario Paolo Mocarelli e il suo team dell’ospedale di Desio ebbero un’intuizione: prelevarono e congelarono campioni di sangue della popolazione per anni, in attesa che la tecnologia progredisse. Nel 1987, grazie a pressioni dei veterani americani esposti all’agente arancio in Vietnam, fu sviluppata la spettrometria di massa ad alta risoluzione. Quei campioni conservati permisero finalmente di studiare gli effetti della diossina sull’organismo umano. Hanno evidenziato un aumento dei tumori del sistema linfatico ed emopoietico (linfomi, leucemie e mielomi), patologie tiroidee nei bambini esposti, alterazioni del rapporto maschi/femmine nelle nascite e un incremento di malattie croniche.
Tutto ciò in relazione a una catastrofe ambientale provocata da un’industria ad appena una trentina di chilometri dal confine con la Svizzera e che con la Svizzera aveva molto a che fare.
Il podcast: Cristo si è fermato a Seveso
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L’esposizione - episodio 1
Un podcast originale di Manuel Maria Perrone
Il fantasma - episodio 2
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La fine degli ideali - episodio 3
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Nel nome del figlio- episodio 4
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Un mondo che non scoppia di salute - episodio 5
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