Sono entrati in vigore oggi, venerdì, i nuovi dazi commerciali imposti dagli Stati Uniti sulle merci provenienti da una sessantina di Paesi. Nell’elenco figura anche la Svizzera, alla quale sarà applicata un’aliquota del 12,5%. Le nuove tariffe sostituiscono quelle temporanee del 10%, in scadenza proprio oggi, introdotte dopo che la Corte Suprema statunitense aveva annullato gran parte dei dazi decisi a febbraio dal presidente Donald Trump. La Casa Bianca ha motivato il provvedimento con la volontà di contrastare il lavoro forzato, colpendo i Paesi che, secondo Washington, non farebbero abbastanza per combattere il fenomeno.
Negli ambienti economici svizzeri, e anche in Ticino, la decisione non ha però provocato particolare sorpresa. Alla Camera di commercio del Canton Ticino, i telefoni non hanno registrato il volume di chiamate che aveva accompagnato precedenti annunci dell’amministrazione statunitense. “Il limite fissato non ci ha sorpreso, perché era in parte atteso”, spiega intervistato da SEIDISERA Luca Albertoni, direttore della Camera di commercio ticinese. “Non è andata troppo male. Gli sforzi negoziali compiuti dalla Svizzera in questi mesi hanno permesso al nostro Paese di non essere trattato in modo eccessivamente penalizzante”.
Un bicchiere mezzo pieno in una situazione “surreale”
Un risultato che, secondo Albertoni, va comunque letto all’interno di una situazione definita “abbastanza surreale”. Restano infatti forti perplessità sulle ragioni indicate dagli Stati Uniti per giustificare le nuove misure commerciali. “Le motivazioni alla base di questi dazi sono francamente inaccettabili. Purtroppo, però, questa è la situazione con cui dobbiamo confrontarci”. Un elemento considerato positivo è l’assenza di una marcata disparità di trattamento rispetto ai principali partner commerciali della Svizzera. L’aliquota elvetica non si discosta infatti da quella applicata ad altri Paesi e, in alcuni casi, risulta persino più favorevole.

Luca Albertoni, direttore della Camera di commercio ticinese
“Per noi era importante soprattutto che non si creassero differenze significative rispetto all’Unione europea”, osserva ancora Albertoni. “Mi sembra che questo obiettivo sia stato raggiunto. Sarebbe sbagliato dire che siamo soddisfatti, ma possiamo affermare che, almeno per il momento, si è evitato il peggio”. Il dazio del 12,5% è inoltre “inclusivo”, non si aggiungerà dunque alle precedenti tariffe di base, variabili a seconda della categoria di prodotto. Un aspetto che contribuisce a rendere l’impatto meno pesante di quanto si sarebbe potuto temere.
Le reazioni degli imprenditori ticinesi
“Non fa piacere, qualunque dazio fa male. Ma ce lo aspettavamo”. Questa è la reazione comune di molti, oggi, di fronte ai nuovi dazi statunitensi. Tra i settori sensibili c’è la meccanica di precisione, campo in cui opera anche Nicola Tettamanti, che è anche presidente di Swissmechanic. La sua azienda - la Tecnopinz di Mezzovico - esporta in 30 Paesi nel mondo. Gli USA sono il terzo mercato. “Sapevamo che con grossa probabilità ci sarebbero potute essere delle nuove misure. Quello che però è deludente è il fatto che la decisione nei confronti della Svizzera la pone in una situazione peggiore dell’Unione Europea.” Critico con riserva anche Simon Terrier, direttore della Regine di Morbio. Il mercato USA porta il 52% del fatturato a quest’azienda che produce utensili di alta precisione. Entrambi gli imprenditori ticinesi deplorano la tariffa maggiore rispetto all’Europa. E i dazi non sono l’unico fattore che incide.

Da oggi nuovi dazi statunitensi
Telegiornale 24.07.2026, 12:30
“Bisogna anche considerare il fatto che noi abbiamo una valuta forte, quindi nei confronti del dollaro siamo sicuramente meno attrattivi degli esportatori che lo fanno con la valuta euro. Quindi tutto ciò che somma ulteriore complicazione ulteriore mancanza di competitività per le aziende svizzere, risulta essere un problema che in sé non meriteremmo sicuramente da parte degli Stati Uniti”, commenta ancora Tettamanti.
Gli fa eco Simon Terrier, più ottimista, consapevole che il suo è però un comparto di nicchia, prodotti con il marchio made in Svizzera, che quindi non sono riproducibili e devono essere fatti in Svizzera. “La nostra strategia, dice, è stata un po’ quella di cercare di chiudere il più possibile la filiera di approvvigionamento del prodotto”. L’azienda dall’anno scorso ad oggi, ha assunto in tutto cinque nuove persone. “È chiaro che se ci dovessero essere degli inasprimenti ulteriori su quello che sono i dazi di importazioni su prodotti svizzeri, in un modo o nell’altro la soluzione la troveremo. In generale, se le aziende lavorano bene non si fanno trovare impreparate, perché adesso ormai la storia dei dazi esiste da più di dodici mesi. Che non diventi neanche una scusa”.






