Svizzera

Lavoro forzato: “La mozione bocciata ora pesa sui dazi”

Il consigliere agli Stati Carlo Sommaruga nel 2020 si era battuto, invano, per vietare l’import di merci prodotte con questa pratica - Inattuabile? “Ci sono organizzazioni non governative che esaminano”

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Una piaga in diversi Paesi del mondo
03:39

RG delle 12.30 del 24.07.26, il servizio di Gabriele Bohrer

RSI Info 24.07.2026, 12:43

  • Keystone
Di: Radiogiornale - Gabriele Bohrer / Spi 

La mancanza di leggi specifiche per contrastare il lavoro forzato è costata alla Svizzera un 2,5% di dazio supplementare rispetto, ad esempio, al 10% imposto dagli USA all’UE. Un aggravio che la Confederazione si sarebbe potuta risparmiare, afferma ai microfoni del Radiogiornale il consigliere agli Stati Carlo Sommaruga.

Nel 2020 il politico ginevrino aveva infatti presentato una mozione dal titolo “Per il divieto di importare merci provenienti dal lavoro forzato”. Ma il Parlamento l’aveva respinta, seguendo la raccomandazione del Consiglio federale. Le motivazioni della bocciatura? L’inapplicabilità della proposta, in un contesto in cui è meglio coordinarsi internazionalmente.

Oggi però quella bocciatura ha il sapore del rammarico. “Queste regole, che forse non sono perfette ma almeno hanno il merito di ridurre il rischio di lavoro forzato, ci avrebbero permesso di avere solo dei dazi al 10%, piuttosto che 12,5%. Questo oggi ci costa un prezzo molto caro per il settore produttivo in Svizzera e anche per posti di lavoro”.

Sommaruga, peraltro, non si dice in imbarazzo a porsi su questo tema dalla stessa parte della barricata del presidente statunitense Donald Trump. “Bisogna ricordare che durante il Covid gli Stati Uniti, come d’altronde anche l’Europa, hanno avuto bisogno di molti prodotti che venivano da Paesi asiatici, come per esempio i guanti medicali. Gli USA hanno rifiutato l’importazione di quelli provenienti dalla Malesia perché prodotti in condizioni di quasi schiavitù”. Secondo il parlamentare ginevrino, “la preoccupazione per la lotta contro il lavoro forzato non è tanto una richiesta del governo americano, ma è qualcosa di molto ancorato anche nei sindacati americani. Lo stesso Partito Democratico la difendeva e perché dietro c’è anche il problema della concorrenza sleale legata alle importazioni di prodotti che costano meno per via del lavoro minorile. Dunque io non mi sento per niente a mio disagio in questa discussione. Al contrario sono contento che finalmente quello che io difendevo, ossia la non importazione di prodotti che provengono dal lavoro forzato, diventi una realtà anche in Svizzera”.

Quanto all’obiezione del Consiglio federale che allora parlava di un’applicazione quasi impossibile, troppo complessa, ricordando in più le varie convenzioni contro il lavoro forzato già ratificate dalla Svizzera e la necessità di un coordinamento internazionale, Sommaruga replica così: “Pretendere che ci voglia un coordinamento internazionale è come dire che non si fa niente. Perché questo coordinamento non ci sarà. Esistono invece organizzazioni non governative che esaminano le industrie produttive nei Paesi del sud est asiatico o in Cina. È con queste che bisogna lavorare. C’è dunque la possibilità che su ogni cosa importata in Svizzera, a carico dell’importatore o del produttore, ci sia un controllo di questo tipo. Questi controlli sono già oggi possibili senza la necessità di appoggiarsi agli Stati Uniti. Si può invece guardare l’esperienza degli USA e poi sviluppare meccanismi nostri e poi forse mutualizzarli con i Paesi europei”.

Lavoro minorile, Lindt&Sprüngli accusata negli USA

E per rimanere in tema. Il produttore di cioccolato svizzero Lindt&Sprüngli rischia di doversi presto presentare in tribunale negli Stati Uniti per difendersi dalle accuse di lavoro minorile.

Lo studio legale International Rights Advocates rimprovera all’azienda dolciaria di presentare in maniera fuorviante i propri sforzi nella lotta al lavoro minorile nei Paesi produttori di cacao come la Costa d’Avorio e il Ghana. Ne ha riferito giovedì l’agenzia statunitense Bloomberg.

Nell’accusa, depositata presso un tribunale del District of Columbia, si legge come Lindt&Sprüngli abbia annunciato l’intenzione di interrompere l’impiego di bambini lungo tutta la sua catena d’approvvigionamento, ma che in verità continui a trarre profitto da tale pratica. I legali rimproverano dunque al gruppo elvetico di non intraprendere alcuna misura effettiva per contrastare il fenomeno.

L’azienda ha però respinto ogni accusa: “Disponiamo di linee guida relative ai fornitori e indaghiamo sistematicamente su tutti i casi sospetti di lavoro minorile all’interno della nostra catena di approvvigionamento”, ha dichiarato un portavoce all’agenzia AWP.

Il tema del lavoro minorile verrebbe inoltre “preso molto seriamente. Queste accuse immotivate sono simili ad altre precedentemente formulate dalla stessa organizzazione a numerosi altri produttori di cioccolato”, ha proseguito l’addetto stampa.

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