Ci sono tre persone, sedute su una panchina. Sono due donne e un uomo, indossano abiti d’epoca. Posano per un fotografo di cui vediamo solo le spalle coperte dal velo di una macchina fotografica di inizio Novecento, su un treppiede.
Click-clack. Il meccanismo scatta. Le persone si afflosciano come burattini ai quali qualcuno ha reciso i fili. Il fotografo lascia la propria postazione per rianimarli e rimetterli a sedere. Torna dietro la macchina.
Click-clack. Al secondo scatto, le persone rimangono sospese per un istante. I loro corpi si riversano sul pavimento. Morti.
Stiamo osservando delle scene di Fotodeath (1961), corto sperimentale con Claes Oldenburg. La pellicola riflette su una domanda vecchia quanto la tecnica fotografica: può un’immagine rubarci l’anima?

Il ricordo di Claes Oldenburg
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Cinquant’anni dopo, Frankie hi-nrg canta: «l’immagine ha rubato alla realtà l’immaginazione». Che sia impressa su cristalli di bromuro o tramutata in dati digeriti da cervelli di silicio, l’immagine sembra continuare nella sua opera di saccheggio del mondo fisico. Susan Sontag ci avverte:
Una fotografia non è soltanto un’immagine (come un dipinto è un’immagine), un’interpretazione del reale; è anche una traccia, qualcosa che è estratto direttamente dalla realtà, come un’impronta o una maschera funeraria
Susan Sontag
Non stupisce che le parole della scrittrice e filosofa statunitense siano poste in epigrafe al racconto di un altro artista della parola: Simulacro, di Ken Liu. La trama: Paul Larimore inventa una tecnologia che cattura e riproduce personalità e corpo, il simulacro appunto. Un’invenzione che gli darà fama ma distruggerà il rapporto con la figlia Anna.
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La narrazione è divisa graficamente tra queste due voci, che rappresentano due modi contrapposti di interpretare la realtà: Paul la vuole catturare; la figlia ne teme la prigionia. Dirà Anna Larimore:
Ma la vera attrattiva di questa tecnologia non è mai stata catturare la realtà. La fotografia, la videografia, l’olografia… lo sviluppo di tali tecnologie “cattura realtà” sono state una proliferazione di metodi per ingannare la realtà, per modificarla e distorcerla, per manipolarla e fantasticarla.
Ken Liu
Un discorso quanto mai attuale. Non serve scomodare Jean Baudrillard per rendersi conto che viviamo in un’epoca caratterizzata dal rapporto problematico con le immagini, con i simulacri. Mentre le novità tecnologiche alimentano la possibilità di registrare la realtà senza farsi notare – un esempio recente: i nuovi occhiali di Ray-Ban Meta AI – l’intelligenza artificiale rimodella il nostro rapporto con il reale. Tra deepfake, fake news e sedicenti realtà aumentate, l’immagine sembra deformare il mondo più che saccheggiarlo. Il rapporto tra immagine e realtà diventa scontro, genera problemi inediti.
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Nella realtà come nella narrazione di Ken Liu molte delle problematiche passano attraverso il corpo delle donne. Paul, per sopperire alla distanza dalla figlia, ne creerà un simulacro. Anna subirà la scelta come una violenza:
Mi sentivo violata. Senza dubbio quella ragazzina ero io. Si comportava come me, parlava come me, rideva e si muoveva e reagiva come me. Ma non ero “io”.
Ken Liu
L’esempio di Ken Liu è estremo; a essere sotto la lente però è sempre il nostro rapporto con l’immagine e la tecnologia per catturarla. Tra l’osservante e l’osservato c’è la macchina tecnologica, che ne determina il comportamento:
Davanti alla telecamera la gente si conforma e recita la propria vita, va in vacanza con un occhio incollato alla videocamera. Il desiderio di congelare la realtà è il desiderio di evitare la realtà.
Ken Liu
E cosa succede quando il desiderio di congelare la realtà – e quindi evitarla – diventa talmente presente da essere invisibile? Quando l’unico modo di entrare in contatto con le persone è attraverso delle immagini, dei simulacri? Una risposta ci arriva da un altro racconto fantascientifico, questa volta la firma è di J. G. Ballard.
Deepfake
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In Riunione di famiglia (1977), Ballard immagina una società dove ogni relazione è mediata dalla TV. Il protagonista, senza sapersi spiegare il perché, sviluppa il desiderio di incontrare fisicamente altre persone.
In tutta la mia vita, riflettei, non avevo mai visto e tanto meno toccato un altro essere umano. Da chi allora cominciare, se non da mia moglie e dai miei figli?
J. G. Ballard
L’esito sarà tragico. Incapaci di rapportarsi gli uni agli altri, infastiditi da una corporalità diversa da quella che avevano conosciuto sugli schermi per tutta la vita, diversa dal simulacro, i membri della famiglia si aggrediranno fisicamente, nel tentativo di distruggersi. Nel rapporto tra osservatore-osservato-macchina si insinua l’ombra della violenza repressa.
Un monito, quello di Ballard, che oggi suona urgente. I simulacri non sono neutri, modificano la realtà, la svuotano di senso. Conoscerli e tenerne gli effetti sotto controllo è vitale per evitare che il rapporto con il reale si spezzi. Lo scenario immaginato da Ballard appare ancora fortunatamente distopico. Dobbiamo però fermarci e riflettere al nostro rapporto con rappresentazioni e tecnologia, non lasciando che a dettarlo sia chi ha interessi economici in gioco.
Servono normative chiare. Non è ancora troppo tardi, ma bisogna agire in fretta.






