Esiste un posto, non lontano da qui, dove si respira il profumo della storia, frammisto all’aroma di formaggio… un luogo surreale, dove potete contemplare affreschi del secolo scorso o scrutare i milleuno prodotti in bella mostra sugli scaffali, alla ricerca dell’ultimo miracoloso detersivo. Sotto lo sguardo vigile della Gloria d’Italia, l’affresco realizzato dal pittore Alessandro Pomi, sul soffitto di quel che fu un cineteatro, corrono ora i consumatori, tra le corsie che conducono al palcoscenico: il regno dei salumi. I più fortunati hanno pure potuto effettuare i loro acquisti allietati dalle note di Morricone e Puccini, che discendevano dall’alto del soppalco: uno spazio, si prometteva, destinato esclusivamente all’arte e agli incontri culturali. Una manciata di concerti, a meno di un anno dalla sua apertura (nel dicembre 2016), una mostra (dell’americano Kenneth Goldsmith, nel 2019), ed ecco regnare di nuovo il vuoto in quella che era la galleria del Cinema Teatro Italia. Al di sotto, e questo è l’importante, una gran quantità di clienti, pronti ad elargire denari e complimenti, per la ristrutturazione di questo gioiello veneziano e la sua riconversione in supermercato.
«Fare un giro qui è un’esperienza da non perdere! Non tutti i giorni, infatti, potrete ammirare scatole di tonno in una cornice così bella ed elegante!», scrive un’entusiasta cliente su Tripadvisor. «Vedere dei soffitti d’epoca dipinti a mano, ed abbassare lo sguardo e trovare mozzarelle e scatolette di tonno» è impagabile, ribadisce un altro avventore. «Diventa suggestivo scegliere i prodotti mentre l’occhio si perde tra gli effetti speciali dell’edificio!», si legge ancora tra le recensioni. «Un connubio unico tra arte e commercio», un «gradevole e raro equilibrio tra arte e consumismo», sottolineano altri internauti. «Entrarci fa sanguinare il cuore», scrive un ben più critico recensore; un’esperienza «agghiacciante», concorda con lui un utente. «Benfatto Despar! Vergognati Italia!» sintetizza infine con obiettività l’autore del commento titolato La spesa artistica. Al di là di valutazioni personali è infatti indubbio che questo «contenitore storico», come venne definito, era in disuso da decenni e ha ritrovato nuova vita grazie a un poderoso investimento – cinque milioni di euro – sostenuto da Aspiag Service (la concessionaria del marchio Despar per il Nordest) e l’Immobiliare Teatro di Piero Coin, proprietaria dell’edificio dal 2011. Certo, «una grande libreria sarebbe stata una soluzione più consona. Ma nessuna libreria si è proposta di farsi carico del restauro dell’ex Cinema Teatro Italia», precisava l’architetto Alberto Torsello nel volume che ne racconta il restauro e il riuso (Venezia. Cinema Teatro Italia, Marsilio 2017).

In apertura del libretto, le prefazioni di Rudolf Staudinger, Presidente di Aspiag Service fino al 2020, in cui conia un curioso neologismo («sostenibilità della memoria»), e di Paul Klotz, l’allora amministratore delegato, ideatore della già citata espressione («contenitore storico») e firma dello scritto che ha per titolo Inchino alla bellezza. Dopo aver sbandierato l’esperienza della catena in tema di «location straordinarie» (quale l’Eurospar a Trento, un tempo Caffè Europa), si sofferma su uno dei fiori all’occhiello del lussuoso supermercato: le scaffalature in legno, ispirate dall’idea di proporre una «biblioteca del cibo». Per “consolare” gli animi sensibili all’autentica bellezza va detto che gli antichi fasti del Cinema Teatro Italia si erano spenti ben prima dell’avvento di Despar: dal 1979 al 1981 ospitò infatti pellicole a luci rosse. Dopodiché, venne preso in gestione dall’Università Ca’ Foscari, che lo trasformò in uno spazio didattico con alcune aule d’insegnamento, senza farsi alcuna remora nell’adattare gli interni al nuovo scopo: «nel nome della scienza e della cultura si coprono con spessi strati di pittura pareti e soffitti, si nascondono e danneggiano i paramenti dipinti, si demoliscono tutti i capitelli delle paraste nella sala», fa notare Torsello, precisando che per il fissaggio dei telai in cartongesso venne praticata una «diffusa perforatura delle superfici». Pareti che un tempo videro all’opera ben quattro pittori (Umberto Martina, Guido Marussig, Gorgon Tanozzi e il già menzionato Pomi) e un maestro del ferro battuto (Umberto Bellotto), su intuizione dell’imprenditore-tipografo Giuseppe Scarabellin, colui che resuscitò l’arte libraria veneziana, stando alle cronache dell’epoca, e inaugurò il 1° marzo 1916 il “Teatro Italia”, realizzato dall’ingegnere Domenico Moccellin.
Un secolo dopo, ecco calare il sipario sul sogno realizzato da un imprenditore della carta e andare in scena, sette giorni su sette, uno spettacolo ora suggestivo ora grottesco: un bene culturale ridotto ad esercizio commerciale; un edificio storico (nacque una decina di anni dopo rispetto al primo cinematografo veneziano, l’Edison a San Zulian, ma fu il più grande della città, con i suoi 1200 posti) riammodernato per soddisfare la sete di consumismo ammantanta di “bellezza”. Per addolcire i critici, note stonate e maldestre. Se è vero che «qualsiasi prodotto si può comprare, ma la bellezza resterà sempre un dono», come scrisse Paul Klotz (solo dopo aver snocciolato numero di filiali e fatturato di Aspiag Service), è un tantino un po’ più dubbiosa l’osservazione di Alberto Torsello, di cui lui stesso d’altronde sottolineò la debolezza: «un’attività commerciale di medie dimensioni […] non contraddice la natura originaria del cinema, anch’esso attività commerciale dove, a fronte di un pagamento (biglietto), si ottiene un prodotto (visione del film). […] Certo, […] ciò che si acquista al cinema è un prodotto culturale, a differenza di cibo, bevande, detersivi». Eppure, i “beni culturali” e il loro ruolo nella società, pare che siano sempre più trascurabili, rispetto a quelli che in tempi pandemici, non a caso, vennero definiti “beni essenziali”.
Notati i meriti del supermercato olandese (e i demeriti della politica culturale italiana), che ha ristrutturato un edificio storico rimasto nell’ombra, ci si può nondimeno chiedere se riportarlo alla luce ma snaturato sia davvero desiderabile o se sia un compromesso accettabile. Un interrogativo che dovremmo porci di fronte ai sempre più numerosi e strampalati riusi di patrimoni culturali che vanno in mano ai privati per interessi economici. La cultura a scopo di lucro, l’arte al servizio del consumismo, l’avvento del cosiddetto “capitalismo estetico” è quel che ci aspetta? Osservando gli occhi sognanti di chi ascolta la musica senza tempo di Morricone attorniato da cartelli promozionali, fa temere, a chi scrive, che la “bellezza” non salverà il mondo.


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