Sulle mappe antiche hic sunt leones, letteralmente «qui ci sono i leoni», segnava una soglia: il limite del territorio conosciuto e, insieme, uno spazio di proiezione e di paura. Oggi quella scritta sopravvive come metafora, non più riferita all’ignoto geografico, ma a un confine politico, amministrativo e simbolico.
Hic Sunt Leones, progetto fotografico di Gabriele Spalluto, guarda proprio a queste soglie contemporanee. Edifici, barriere e cartelli che continuano a definire chi siamo e dove finisce il nostro Stato.
Fotografare la frontiera
Tra marzo 2022 e marzo 2023 Spalluto ha attraversato la Svizzera per fotografare 175 valichi stradali di frontiera che, in quel momento, disponevano ancora di un ufficio di servizio. Le immagini sono sempre scattate dallo stesso punto di vista: gli ultimi metri di suolo svizzero, l’eventuale edificio doganale, talvolta un prefabbricato anonimo, altre volte poco più di un palo o di una bandiera, e subito oltre i primi metri di territorio straniero.
La scelta del linguaggio fotografico è volutamente neutra e rigorosa. Spalluto arretra di qualche metro, resta sul territorio nazionale e fotografa frontalmente. Non compaiono persone, né elementi di drammaturgia. «Ho voluto togliere le persone e concentrarmi sull’architettura», spiega, «per interrogarmi su che cosa noi svizzeri mettiamo come primo segno del nostro Stato». È una distanza minima, ma decisiva, che consente allo sguardo di osservare senza voler conquistare e di descrivere senza raccontare storie individuali.
Ne emerge un curioso cortocircuito: luoghi fondamentali per l’identità nazionale che, nella ripetizione di tettoie, font istituzionali e strutture standardizzate, finiscono per apparire quasi anonimi.
Hic Sunt Leones
SEIDISERA Magazine 24.01.2026, 18:35
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Il confine come non‑luogo
Per Gabriele Spalluto il confine non è un tema astratto. Cresciuto a ridosso della frontiera, da anni il suo lavoro si confronta con il concetto di luogo e non‑luogo, nozione introdotta dall’antropologo francese Marc Augé per descrivere quegli spazi della contemporaneità privi di identità, storia e relazioni sociali stabili. Luoghi di transito come aeroporti, autostrade e centri commerciali, in cui l’individuo resta anonimo e solitario.
In Hic sunt leones la dogana, spazio di passaggio per eccellenza, si rivela un non‑luogo paradossale, carico di significato simbolico ma svuotato di esperienza. Una condizione accentuata negli ultimi anni, quando molte strutture di confine, un tempo abitate e operative, sono state progressivamente dismesse o riconvertite, anche a seguito degli accordi di Schengen. Restano come tracce materiali di una funzione che cambia, segni silenziosi di un’idea di confine che oscilla tra apertura e controllo.
Questa riflessione prende corpo nella mostra al Canvetto luganese (dal 3 febbraio al 2 maggio 2026). Da un lato, una ventina di stampe di grande formato occupano le sale principali. Nel bocciodromo, una stampa lunga otto metri presenta l’intero progetto attraverso immagini di dimensioni più ridotte, permettendo allo sguardo di attraversare, una dopo l’altra, tutte le 175 fotografie dei valichi. Camminare lungo questa sequenza significa percorrere idealmente il Paese senza muoversi, seguendo una linea di confine che diventa paesaggio continuo.
Ne emerge una collezione che richiama una serie di cartoline provenienti da una Svizzera inattesa, capace di sorprenderci proprio perché così familiare, o forse mai davvero osservata con attenzione.

Valico di Camedo. Hic sunt leones (2024)
Qual è allora il messaggio di Hic sunt leones? Spalluto evita risposte univoche. Il titolo, ammette, è l’unica vera presa di posizione. Volutamente provocatorio, non denuncia, ma innesca una riflessione. «Noi sappiamo benissimo che dall’altra parte non ci sono i leoni», osserva, «eppure il tema del chiudere, o richiudere, i confini ritorna ciclicamente».
Le immagini non giudicano, ma pongono domande. Che senso hanno oggi questi luoghi? Che cosa comunicano, attraverso la loro architettura, sul nostro rapporto con l’altro, con l’ignoto, con l’idea stessa di Stato?
In un tempo in cui le frontiere tornano al centro del dibattito pubblico, il lavoro di Gabriele Spalluto si offre come uno spazio di pensiero. Hic sunt leones trasforma i confini in specchi, non tanto di ciò che c’è oltre la linea, ma di ciò che siamo e di come scegliamo di rappresentarci.
Come una fotografia
Laser 15.04.2026, 09:00
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