Ideate e scritte su richiesta di Gianluca Ferrato, attore interprete di entrambi i copioni per le regie di Serena Sinigaglia (2025) ed Emanuele Gamba (Fondazione Teatro della Toscana, 2016), Beata oscenità e Questa cosa chiamata amore sono le ultime opere di Massimo Sgorbani, pubblicate da Einaudi nella storica “Collezione di teatro”. Sgorbani è mancato alcuni anni or sono (Milano, 1962 – Piacenza, 2023), lasciando dietro di sé una fitta schiera di titoli che si aggiudica un posto di rilievo nella storia della drammaturgia italiana: da Angelo della gravità (un’eresia), testo col quale, nel 2001, vinse il Premio Riccione per il Teatro, alla trilogia Innamorate dello spavento, che vede riuniti i lavori sulle figure femminili legate ad Hitler (trittico, tra l’altro, di prossima ripubblicazione sempre per Einaudi).
Un teatro di poetica estrema, quello di Sgorbani, che si è interrogato più volte sulle peculiarità di genere e sulla diversità, mettendo a fuoco, o sotto la lente deformante di un microscopio che si fa buco di serratura dal quale osservare i movimenti in ombra di vite al limite, quegli aspetti sulfurei del maschile e del femminile che sembrano, di caso in caso e sotto il giogo della Storia, essere parte strutturale di una fame di vivere trasformata in morte.

Massimo Sgorbani
In tal senso il caso di Questa cosa chiamata amore è abbastanza esemplare. Inscenando un dialogo immaginario, di ambientazione notturna ed onirica, fra Truman Capote e un interlocutore che si rivelerà essere Marilyn Monroe, Sgorbani passa in rassegna la vita dell’autore di A sangue freddo mostrando come, realizzando sé stessa e al contempo soccombendo alla spinta della propria ambizione, un’esistenza giocata fino in fondo (e a pieno prezzo) possa fare da “parafulmine” a un intero contesto sociale e politico.
Racconta Ferrato, a proposito della genesi del testo: «Quando proposi a Massimo di lavorare su Capote, dire che mi scoraggiò è poco. Mi rispose che odiava gli americani e che non gliene importava niente. Io provai a convincerlo, dicendogli che forse stava sbagliando e lui tagliò corto con un “va bene, allora facciamo così: mi rileggo qualcosa e poi ci risentiamo”. Passati due o tre giorni e ripreso in mano Colazione da Tiffany, Massimo mi telefonò scusandosi: “ho preso una cantonata”, disse, “questo signore è un genio. Scrivo il lavoro”. È forse interessante sapere», continua Ferrato, «per capire come, spesso, si proceda anche per tentativi alla creazione di una pièce, quale fu la sua prima idea drammaturgica: avrei dovuto impersonare un professore di letteratura allontanato dalla scuola perché accusato di molestie. La vera particolarità di questo signore era però un’altra: quella di coltivare un culto della personalità nei confronti di Capote circondandosi dei suoi libri ed imitandolo nei modi. Devo dire che l’idea mi lasciò un po’ perplesso, ma pure mi dissi “intanto vediamo cosa succede”. Trascorso altro tempo, Massimo ritrattò, perché gli sembrava artificioso inforcare strade secondarie invece di andare dritti al punto: “tu sarai Truman Capote”, disse, e da lì prese a nascere il lavoro».
Se la urticante personalità di Capote, il ragazzino della provincia americana «contro il quale tutto remava nella sua scalata al successo», apre lo sguardo su panorami dagli esiti tragici, diverso è invece il caso di Giò Stajano (Sannicola, 1931 – Alezio, 2011), all’anagrafe Gioacchino Stajano Starace Briganti di Panico, protagonista del secondo quadro di quella che, con Ferrato, Sgorbani aveva deciso poter essere un’ideale trilogia della diversità. In seguito a Questa cosa chiamata amore, forse in virtù dell’importante percorso di Ferrato in ambito musicale (di ampio respiro il suo impegno nel musical e, più in generale, nel mondo della canzone) Sgorbani iniziò a investigare la figura di Umberto Bindi, ma dopo un periodo di studio mise da parte l’idea perché incerto sulle potenzialità di un soggetto che gli sembrava piuttosto povero.
Dopo una nuova ipotesi attorno a Chaplin, presto abbandonata, ecco allora emergere il nome di Stajano, oggi decisamente dimenticato ma, in fondo, di grande attualità se si pensa a quanto la domanda sul genere sia internazionalmente sentita.

Giò Stajano
«Quando Massimo suggerì Stajano, devo ammettere che allora a malapena sapevo chi fosse», racconta ancora Ferrato. «Certo ne avevo sentito parlare, ma non conoscevo il vasto retroscena che sottende alla sua persona. Nato da una famiglia legata al fascio – sua madre era la figlia di Achille Starace, braccio destro del Duce – fra i suoi primi ricordi c’era quello di aver pisciato addosso a Mussolini quando questi lo teneva in braccio. Ribellatosi alla famiglia, si dimostra presto incline all’arte, sia figurativa che letteraria, e si trasferisce prima a Firenze e poi a Roma, dove diventa uno dei personaggi-chiave degli ambienti che Fellini descriverà ne La dolce vita (fu lui a ispirare l’idea del bagno nella Fontana di Trevi e partecipò alla realizzazione del film). Omosessuale dichiarato, attore e giornalista per la rivista «Men», si innamora sempre di eterosessuali che non lo contraccambiano e nel 1983 decide sottoporsi alla transizione di genere a Casablanca, diventando a tutti gli effetti il primo transessuale italiano. Dopodiché è protagonista dei pornofotoramanzi di Gabriel Pontello, per la collana “Supersex” e non contento, anzi, non contenta, quasi ad alzare la posta in gioco di una vicenda umana pazzesca, scopre infine la sua vocazione spirituale: diventa improvvisamente suora laica ed entra in convento presso le monache di Betania del Sacro Cuore di Vische. Insomma, decisamente una vita sull’otto volante».
Andato in scena lo scorso novembre presso il Teatro Stabile di Bolzano, ente produttore dello spettacolo, Beata oscenità ha ricevuto un’immediata, positiva accoglienza. L’impostazione registica di Serena Sinigaglia al testo che non senza fatica Sgorbani ha dedicato a Stajano, poggia su un’intuizione calzante e di grande coraggio. Scartando uno dei punti di forza dell’attore, dopo aver lavorato al copione con modifiche e aggiustamenti ed amplificato il già previsto elemento audiovisivo, la regista ha scelto di costringere Ferrato in una perenne fissità che lo vede sdraiato sul bianco divano di un teatro di posa. Questa condizione suggerisce un/una Gioacchino/Giò Stajano fuori dal tempo ma ancora «sotto i riflettori», immortalato/a in uno di quegli scatti che furono caratteristica del suo modus vivendi.
Così, mentre Ferrato lavora la sola parola di un racconto biografico a quadri, su uno schermo alle sue spalle scorre un fiume di immagini a evocare, come in Questa cosa chiamata amore, ancora una volta il peso della Storia; quella Storia che, a proposito di immagini, nella nostra contemporaneità sembra essere sempre in presa diretta e la cui modalità di manifestarsi, col caso di Stajano, appare ai nostri occhi nelle vesti di una prova generale.

«Nonostante, rispetto al caso di Capote, la clamorosa vita di Stajano abbia paradossalmente anche un che di dimesso – la sua autorità intellettuale non era quella dello scrittore americano – col grande lavoro di Serena Sinigaglia sul testo di Massimo questa vicenda trova la collocazione che le si confà», conclude Ferrato. «È stato rilevato pure dai biografi ufficiali: quella di Stajano è una storia profondamente italiana, che inizia col fascismo e si porta dietro molto di ciò che ancora ci riguarda. Nel viverla in scena, come mi auguro nell’ascoltarla, si ha la sensazione di una sorta di cortocircuito, quasi che i cavi scoperti del nostro passato vi si incrociassero facendo fumo e scintille».
Dopo la prima serie di repliche del 2025, Beata oscenità tornerà in cartellone nella primavera del ‘26 a Torino, dove sarà ospite del Teatro Gobetti, in attesa di una ripresa nella stagione prossima. Due occasioni, quindi, per vedere o rivedere un lavoro di alta qualità, che è pure l’incontro fra due eccellenti artisti tramite una scrittura di grande potenza.
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