Nel presente dominato da un mercato dell’arte sempre più rapido e da una critica sempre più marginale, la domanda posta da Monica Bonetti a Michele Dandini (storico dell’arte) e Athina Sanvido (co‑fondatrice della piattaforma curatoriale Refugee) resta centrale: «Cosa stiamo guardando davvero quando osserviamo l’arte del nostro tempo?»
Il paradosso dell’opera triturata un istante dopo essere stata venduta per un milione di sterline, e poi raddoppiata di valore, è il simbolo di un sistema in cui prezzo e valore si confondono (l’allusione è a Girl with Balloon di Banksy venduta all’asta per circa 1,04 milioni di sterline: un istante dopo l’aggiudicazione, una tagliacarte nascosta nella cornice si attivò e l’opera iniziò a triturarsi da sola, scendendo a strisce davanti al pubblico attonito).
Cosa resterà?
Voci dipinte 01.03.2026, 10:35
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Per Dandini, la via d’uscita è tornare a un’arte che attinga a un fondamento “sacro, ancestrale”. «Non esiste arte contemporanea, non esiste arte antica: esistono immagini madre», quelle che tutti portiamo dentro e che le grandi opere risvegliano. L’artista è allora colui che rinnova il dialogo con l’antico, inteso come «l’Eterno che irrompe nel presente». Da Richter a Gonzalez‑Torres, i grandi sono quelli che sanno confrontarsi con la propria condizione di mortali, rendendo le immagini “surreali”.
Sanvido, che lavora con artisti emergenti, insiste sulla necessità di una connessione emotiva e di una ricerca solida: gli artisti devono «costruire una tesi», essere osservatori del mondo. Refugee nasce per creare uno spazio di confronto che altrove fatica a trovare posto, un luogo dove comunicare in modo accessibile ciò che si sta cercando nell’arte.
Un altro nodo importante è la crisi della critica. Dandini rimpiange un tempo in cui il critico rispondeva al pubblico, non al mercato. La critica dovrebbe tornare a essere un’«agenzia di controllo sulla qualità del prodotto», capace di liberare le opere da interpretazioni “strumentali o dottrinarie”. Citando Florenskij, ricorda che «la critica d’arte sgombra la via dalla grazia». Ma oggi, osserva Sanvido, domina la ricerca di «visibilità, legittimazione, consenso», soprattutto sui social, con un conseguente appiattimento.
L’arte contemporanea si trova così davanti a un bivio: tra mercato e significato, tra critica indebolita e necessità di nuove voci, tra collezionismo‑status e esperienza autentica. La domanda resta aperta: «Cosa resterà?» Forse, come suggerisce Dandini, «o l’arte ritrova quel di più e quel di meno rispetto alla cultura che la lega al culto, alle necessità primarie dell’esistenza. Oppure possiamo sostituirla allegramente».

