Arte

Alberto Savinio

Eclettico artista “sopra le arti”

  • 25 agosto 2023, 07:34
  • 11 settembre 2023, 13:54
  • ARTE
  • CULTURA
Alberto Savinio
  • Alberto Savinio
Di: Francesca Cogoni

«Quando l’artista è una ‘centrale creativa’, è stupido, è disonesto, è immorale chiudersi dentro una singola arte, asservirsi alle sue ragioni particolari, alle sue ragioni speciali. E ho avuto il coraggio di mettermi di là dalle arti, sopra le arti».

Sorprendentemente poliedrico e culturalmente onnivoro, Alberto Savinio ha dato vita nella prima metà del Novecento a una quantità di opere eterogenea e affascinante. Meno celebre ma non meno geniale del fratello maggiore Giorgio de Chirico, fu compositore, pittore, drammaturgo, scrittore e critico. Una “centrale creativa”, per usare le sue stesse parole, capace di muoversi abilmente tra le discipline e di riversare il suo immaginario polimorfo in molteplici ambiti, creando una costellazione cangiante tutta da esplorare, una sorgente inesauribile di suggestioni.

Nato ad Atene il 25 agosto 1891, da genitori di origine italo-dalmata, Andrea Francesco Alberto de Chirico, in arte Alberto Savinio (pseudonimo che adotta a partire dal suo primo soggiorno a Parigi), trascorre la sua infanzia in Grecia. Dei suoi natali ellenici scriverà: «Grande privilegio essere nati all’ombra del Partenone: questo scheletro di marmo che non butta ombra. Si riceve in eredità una generatrice di luce interna e un paio di occhi trasformatori». Eredità che Savinio sfrutterà appieno.


Mostra Metafisica alle Scuderie e Savinio al Palazzo Altemps

RSI Dossier 11.11.2020, 07:05

  • Mart, Collezione VAF Stiftung, Rovereto



Mentre il fratello Giorgio, maggiore di tre anni, studia arte presso il Politecnico, Alberto compie studi musicali al Conservatorio di Atene, diplomandosi in pianoforte a soli dodici anni. Nel 1906, dopo la morte del padre, lascia la Grecia con la madre e il fratello e, dopo una breve sosta in Italia, si stabilisce a Monaco di Baviera, dove prosegue gli studi musicali con il famoso compositore Max Reger.

Nella Germania di inizio Novecento, la formazione di Alberto Savinio è segnata dal pensiero di Schopenhauer, di Nietzsche e di Otto Weininger, oltre che dalla musica di Wagner e dalla pittura di Arnold Böcklin. Durante questo periodo, Savinio compone un’opera, Carmela, che attira l’attenzione del compositore Pietro Mascagni, in tournée in Germania. Su suggerimento di questi, l'artista si reca a Milano con la madre per mettersi in contatto con la Ricordi. L’opera non viene pubblicata, ma Savinio non si abbatte e, nel frattempo, scrive copiosamente.

Nel 1911, Savinio approda a Parigi, dove stringe amicizia con il poeta Guillaume Apollinaire e si confronta con gli artisti e letterati a lui vicini (Picasso, Max Jacob, Francis Picabia…). Qui pubblica, tra le altre cose, il suo primo testo in francese, il poemetto drammatico Les chants de la mi-mort, nella rivista di Apollinaire «Les soirées de Paris».

Alberto Savinio, Ulysse et Polyphème, 1929

Alberto Savinio, Ulysse et Polyphème, 1929

  • Mart, Collezione VAF Stiftung, Rovereto

La permanenza a Parigi, però, dura poco, perché nel 1915 entrambi i fratelli de Chirico sono costretti a fare rientro in Italia per arruolarsi. Il reggimento di destinazione è a Ferrara, che diventerà culla della pittura metafisica. In seguito, Savinio è chiamato come interprete a Salonicco, sul fronte macedone della guerra. Anche durante il periodo bellico prosegue la sua collaborazione con svariate riviste d’avanguardia italiane e straniere, tra cui «Dada» di Tristan Tzara. Tornato in Italia nel 1918, pubblica il suo primo libro, Hermaphrodito, e comincia a scrivere per l’innovativa rivista romana «Valori plastici».

Alberto Savinio, Annunciazione, 1932

Alberto Savinio, Annunciazione, 1932

  • Collezione privata

Trasferitosi a Roma, Savinio entra in contatto con il Teatro degli Undici, poi Teatro dell’Arte, diretto da Luigi Pirandello e si dedica alla musica, al disegno e alla pittura. “Molto belli e impressionanti tutti”: così vengono definiti alcuni suoi lavori su carta dal fratello Giorgio, che lo esorta a raggiungerlo ancora a Parigi. Savinio, che nel frattempo si è sposato con Maria Morino, attrice della compagnia di Eleonora Duse, decide così di migrare nuovamente verso la capitale francese, dove intensifica l’attività pittorica. È del 1927 la sua prima mostra personale, presso la galleria Jacques Bernheim, con presentazione in catalogo di Jean Cocteau. Sono gli anni del Surrealismo: Savinio socializza con Breton e compagni e frequenta gli altri pittori italiani in città, tra cui Severini, Campigli, de Pisis… In breve tempo, i suoi dipinti giungono alla Biennale di Venezia e viaggiano lungo l’Europa.

Alberto Savinio, Le songe d'Achille, 1929

Alberto Savinio, Le songe d'Achille, 1929

  • Courtesy Galleria Tega, Milano. Coll. privata

Nel 1933, Savinio ritorna definitivamente in Italia, stabilendosi a Roma. Fino alla sua morte, sopraggiunta nel 1952 a causa di un infarto, continuerà a scrivere brevi racconti e saggi per riviste e quotidiani, nonché a dedicarsi all’attività pittorica e grafica, alle arti applicate (ammirevoli i mosaici ideati su iniziativa dell’amico architetto Enrico Galassi), e poi di nuovo alla musica (compone il balletto Vita dell’uomo, “tragicommedia mimata e danzata”) e ancor più assiduamente al teatro, collaborando con il Teatro alla Scala di Milano e con il Maggio Musicale Fiorentino (la sua Armida, di cui firma scene, costumi e regia, è un evento eccezionale acclamato da pubblico e critica).

Alberto Savinio, Autoritratto come gufo,1936

Alberto Savinio, Autoritratto come gufo,1936

  • GAM Torino

Visionarietà, acuta ironia, profonda intelligenza e curiosità: sono queste le principali doti che Savinio dimostrò nei diversi campi in cui si mise alla prova. «Assomiglia ai geni multiformi del Rinascimento toscano» diceva di lui Apollinaire, suo nume tutelare durante gli anni parigini. E ancora: «Non è un pittore come s’intende in termini di pura ‘critica d’arte’: prima di tutto è un cervello, una fabbrica d’idee» dichiarava la critica e storica dell’arte Palma Bucarelli.

Figura anomala, tra le più colte e immaginifiche della sua epoca, lo stesso Savinio si presentava così nel 1940, nel catalogo di una mostra milanese presso la Galleria Il Milione: «Chi ha visto le mie pitture, chi ha letto i miei libri, chi ha udito la mia musica, sa che mio unico compito è dare parole, dare forma e colori, e una volta era pure dare suoni a un mio mondo poetico. Nessun altro dei tanti fini delle arti mi riguarda».

Alberto Savinio, Bataille de Centaures, 1930

Alberto Savinio, Bataille de Centaures, 1930

  • Collezione privata. Courtesy Galleria dello Scudo, Verona

“Mondo poetico” che, nel caso specifico della pittura, Savinio espresse emblematicamente intrecciando memoria e mito, dimensione onirica e ironia (intesa come “maniera sottile di insinuarsi nel segreto delle cose”), riferimenti colti e popolari, classicità e avanguardia in modo sempre imprevedibile. Basti osservare le opere dei suoi esordi, in cui si fondono ricordi d’infanzia e rivisitazioni dei miti greci. A poco a poco, a eroi, dei e personaggi mitologici si affiancano manichini metallici, giganti dalle corporature possenti e dalle teste ovoidali, e misteriosi ibridi formati da teste animali e corpi umani, nudi o elegantemente vestiti (lo stesso artista si auto-ritrae con la testa di gufo). Sono apparizioni mutevoli e fantastiche che abitano scenari dal forte impianto teatrale, composti da basi di legno, quinte e fondali, finestre e tende che fungono da sipari.

Splendide ed enigmatiche anche le “architetture di giocattoli” (Object abandonnés dans la foret; Nella foresta…), rimando all’infanzia, che per Savinio non è un tempo ma un “tempio”. E ancora: le misteriose isole “portatili”, le foreste primordiali, le navi fantastiche e le variopinte figure geometriche in volo, che evocano viaggi straordinari («Volare è un desiderio metafisico dell’uomo, un sogno, il ricordo di una vita remotissima»).

Alberto Savinio, I Re Magi, 1929

Alberto Savinio, I Re Magi, 1929

  • Mart, Rovereto

È un vocabolario visivo denso, ambiguo e meraviglioso quello che Savinio trasferisce sulla tela, soprattutto a cavallo tra gli anni Venti e Trenta. Lo fa attingendo a un ricco insieme di materiali eterogenei: dai repertori di immagini classiche dell’archeologo Salomon Reinach alle fotografie di famiglia, dai libri di zoologia ai trattati di divulgazione scientifica, fino ai libri di favole per bambini…

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, però, l’attività pittorica di Savinio subisce un rallentamento. La tavolozza si fa più cupa, la pennellata più materica, le forme si sfaldano e corrodono. Il tema della morte prende il sopravvento e si acutizzano l’idea di “un’età sorda e disumana” e la consapevolezza della mancanza di valori del mondo moderno, già affiorati negli scritti degli anni precedenti.

Alberto Savinio, Nella foresta, 1930

Alberto Savinio, Nella foresta, 1930

  • Collezione privata

«Le mie pitture non finiscono dove finisce la pittura. Continuano. E si capisce. Erano già nate prima che fossero dipinte. È giusto che vivano anche di là dalla superficie dipinta» affermava saggiamente Savinio.
Nel guardare alla sua multidisciplinare produzione, ciò che emerge è la figura di un genio complesso e sfaccettato, un "intricato coacervo di talenti", come lo ha definito Roberto Calasso, direttore editoriale della Adelphi, che negli anni ha pubblicato l’intero corpus degli scritti saviniani.

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