C’è una forma d’arte sperimentale che non appartiene al grande pubblico, ma che quando ci si presenta davanti riesce spesso a catturare e sorprendere: è la videoarte. Proprio a questo linguaggio sono dedicate due mostre complementari all’Aargauer Kunsthaus di Argovia e al Kunstmuseum di Soletta, un doppio percorso che ne ripercorre le tracce nel panorama artistico svizzero e ne racconta l’evoluzione tecnologica e concettuale.
Uno dei fili conduttori della mostra è proprio l’evoluzione della tecnologia e delle nostre abitudini visive. Dai video “pesanti” degli anni Sessanta e Settanta, conservati in scatole e apparecchiature ingombranti, si passa progressivamente a schermi piatti e dispositivi contemporanei. Tra i pionieri spicca Nam June Paik con l’opera Fire Piece, ma anche Werner von Mutzenbecher, che rivolge lo sguardo ai frammenti della quotidianità in un’epoca in cui gli artisti mettevano il corpo al centro di pratiche performative, interrogando identità e rappresentazioni.
Le prime opere di videoarte, infatti, ruotavano spesso intorno al corpo come territorio di sperimentazione e autoriflessione. È il caso di Dieter Meier, che trasforma un minuto di telegiornale in un autoritratto concettuale: un gioco di appropriazione e distorsione delle immagini televisive.

Ed è proprio da questa centralità del corpo e dell’autorappresentazione che si sviluppa uno dei nuclei più potenti del percorso al Kunstmuseum di Soletta, dove una grande sala costellata da 131 monitor ospita l’opera monumentale di Dieter Roth. Le immagini rivelano l’artista in momenti assolutamente privati: dorme, cucina, lava i piatti, entra in bagno. Si muove in bilico tra esibizionismo e un’intimità che sfiora il terrore, commenta Anna Bürkli a Voci dipinte. Sono registrazioni realizzate negli ultimi due anni della sua vita, un atto radicale di esposizione totale.
Un’altra tappa sorprendente è l’opera di Hervé Graumann, che a fine anni Novanta anticipa concettualmente l’avvento dell’intelligenza artificiale. In scena c’è un computer con tastiera e mouse, ma al suo interno si anima un artista virtuale: dipinge, suona la chitarra, beve vino. E quando completa un’opera, una stampante reale la trasforma in un oggetto fisico. Un cortocircuito tra digitale e materiale, tra autore e simulazione.
Proprio questa natura tecnologica spinge la mostra ad affrontare il tema delicato del restauro. Molte macchine utilizzate dagli artisti sono ormai obsolete, difficili da riattivare o da sostituire: conservare la videoarte significa, oggi, preservare non solo i contenuti, ma anche i sistemi che li rendono possibili, spiega la co‑curatrice Tessa Prati.

Non manca poi la poetica visionaria di Pipilotti Rist, che nel 1994 immagina l’effetto di una pillola capace di ridurci alle dimensioni di bambini. L’artista costruisce così una stanza sovradimensionata, dove un enorme telecomando aziona video proiettati su uno schermo minuscolo. Un’esperienza che ribalta proporzioni e percezioni.
Incantevole è anche Wide Surface – Rumore di superficie (1995) di Silvie Defraoui: un’installazione di bicchieri, latte e proiezioni in loop che si trasformano senza sosta. L’immagine in movimento non resta mai uguale a sé stessa: è una superficie instabile, viva.

L’intero progetto apre a una sorprendente varietà di sguardi sulla videoarte in Svizzera, un territorio dove gli artisti interrogano il mezzo stesso, il monitor e il nostro modo di stare davanti alle immagini. Ne nasce un viaggio nella luce e nel tempo, dentro la materia fragile, ma abbagliante, delle immagini in movimento.
Le mostre sono visitabili fino al 17 maggio a Soletta e fino al 25 maggio ad Aarau: due percorsi che dialogano e si completano, aprendo le porte a un mondo ancora poco conosciuto, ma irresistibile.
L’immagine in movimento
Voci dipinte 08.03.2026, 10:35
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