C’è un’aria strana nel 2026, come se l’arte avesse deciso di farsi trovare solo da chi ha voglia di seguirla davvero. Non più blockbuster urlati, ma mostre che chiedono tempo, lentezza, un passo laterale. E forse è un bene: ci costringe a scegliere, a muoverci, a guardare. Ecco la nostra selezione.
Brescia, Palazzo Martinenego – Liberty. L’arte dell’Italia moderna
24 gennaio - 14 giugno
Il Liberty italiano è sempre stato un po’ timido, schiacciato tra Ottocento e Futurismo. Qui finalmente respira: linee morbide, fiori che sembrano architetture, un’Italia che sognava di essere moderna. È come entrare in un momento in cui il Paese aveva ancora fiducia nel futuro, quando il decoro non era un vezzo ma un modo per immaginare un mondo più leggero. C’è una grazia quasi ostinata in queste opere: un desiderio di bellezza che non chiede permesso.
Consiglio: è una mostra che funzionerà se la guardi come un romanzo, non come un catalogo.
Vittorio Matteo Corcos, Ritratto di Lia Goldman, 1910 ca.
Fondation Beyeler, Basilea – Cézanne
25 gennaio – 25 maggio
La Beyeler fa quello che sa fare meglio: prendere un gigante e farlo respirare. Cézanne qui non è il padre della modernità, ma un uomo che guarda le mele come fossero pianeti. È una mostra che non ti chiede di capire, ma di restare. Le sue pennellate sembrano vibrare appena, come se stessero ancora decidendo che forma prendere, e ogni natura morta diventa un piccolo sistema solare che tiene insieme gravità e silenzio.
Spunto personale: vai al mattino presto, quando le sale sono ancora silenziose. Cézanne funziona meglio senza rumore.
Paul Cézanne, Montagne Sainte-Victoire (1904)
Palazzo Reale, Milano – Arte Metafisica
28 gennaio - 21 giugno
De Chirico e compagni tornano a Milano con le loro piazze vuote e i manichini muti. È una mostra che sembra parlare del passato, ma in realtà parla dell’attesa, del sospeso, del non detto. C’è una calma che inquieta, una geometria che non consola: ogni prospettiva sembra aprire una domanda invece di chiuderla.
Consiglio: la metafisica è perfetta per chi sente che il mondo corre troppo.
Milano, Palazzo Reale – Anselm Kiefer. Le Alchimiste
7 febbraio – 27 settembre
Kiefer a Milano sarà un incontro quasi rituale: le tele monumentali che si alzano come rovine e profezie, la Sala delle Cariatidi che le accoglie come un corpo ferito che riconosce un altro corpo ferito. È un dialogo severo, quasi tellurico: da una parte la storia che brucia e non passa, dall’altra le figure delle alchimiste che riemergono dalla cenere, chiamate per nome, restituite alla luce. Le opere di Kiefer respirano, come se la memoria del bombardamento del ’43 trovasse un’eco nelle superfici corrose, nei materiali. Kiefer è un rito di riparazione, un modo per guardare ciò che è stato senza distogliere lo sguardo.
Spunto personale: entra piano. Fermati davanti a un telero e lascia che ti parli lui, con quella voce bassa e minerale che non consola, ma chiarisce.
Dettaglio di Anselm Kiefer. Sophie Brahe 2025
Lugano, MASI – Korean Video Art Today
8 marzo – 19 luglio
La Corea del Sud arriva a Lugano con una lucidità che spiazza: identità liquide, memoria compressa, tecnologia che non consola. È una mostra che sembra parlare del futuro, ma in realtà parla di noi. Ogni schermo diventa una finestra su un mondo che corre troppo veloce per essere afferrato, e allo stesso tempo troppo intimo per essere ignorato.
Spunto personale: non guardarla come “videoarte”. Guardala come un diario collettivo di un Paese che corre più veloce del proprio respiro.
Jane Jin Kaisen, Still da Offering, 2023
Firenze, Palazzo Strozzi – Mark Rothko
14 marzo - 23 agosto
Rothko a Firenze sarà un incontro quasi teatrale: i campi di colore che si aprono come sipari, la città rinascimentale che li osserva senza capire se deve essere gelosa. È un dialogo strano, quasi impossibile: da una parte l’ossessione per la forma perfetta, dall’altra il colore che si fa abisso, respiro, vertigine.
Spunto personale: siediti davanti a un quadro e resta. Rothko non si guarda in piedi; si ascolta, come si ascolta una persona che parla piano ma dice tutto.
Mark Rothko, No.3/No. 13, 1949
Ferrara, Palazzo dei Diamanti – Warhol, Ladies and Gentlemen
14 marzo - 19 luglio
La serie più politica e più fragile di Warhol torna in Italia, a Ferrara. Non c’è glamour, non c’è ironia: solo volti che chiedono di essere visti. Qui la ripetizione non è stile, è insistenza: un modo per dire che certe identità non sono mai state davvero guardate, solo consumate.
Nota personale: è la mostra che più di tutte racconta il 2026, un anno in cui le identità non sono più cornici ma specchi.
Andy Warhol, Ladies and Gentlemen (Wilhelmina Ross), 1975
Losanna, Musée cantonal des beaux arts– Otobong Nkang
3 aprile — 23 agosto
A Losanna, Otobong Nkanga porta le sue geografie ferite: tessuti che diventano mappe, minerali che raccontano storie di estrazione, paesaggi che non si lasciano più guardare senza farti qualche domanda scomoda. È una mostra che non consola, ma apre.
Spunto personale: guardala come guarderesti un terreno dopo una tempesta. Non per capire cosa è stato portato via, ma per intuire cosa può ancora ricrescere.
Otobong Nkanga, "Social Consequences V: The Harvest", 2022
Perché queste mostre contano davvero?
Perché non sono solo mostre. Sono punti di osservazione.
Cézanne ci ricorda che la pazienza è una forma di resistenza.
Rothko che il silenzio è un linguaggio.
Warhol che la visibilità è politica.
La videoarte coreana che il futuro non è un luogo, ma una tensione.
La Metafisica che il vuoto è una possibilità.
Nkanga che la terra è memoria (e continua a parlarci).
Kiefer che la storia non passa: sedimenta, brucia, e chiede di essere guardata.
Il Liberty che la bellezza è un modo di immaginare il mondo più morbido di come lo abbiamo trovato.
Sonno
Voci dipinte 18.01.2026, 10:35
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