C’è una New York che sopravvive solo negli archivi di Edo Bertoglio. Una città febbrile, sgangherata, luminosa e pericolosa, sospesa tra rovina e rinascita: la New York di fine anni ’70 e inizio ’80, quando l’arte era un istinto di sopravvivenza e non un’industria. È questo il cuore dell’opera di Bertoglio: salvare ciò che è stato, dare un nome ai volti scomparsi, restituire vita a un’energia irripetibile. I film restaurati Downtown 81 e Face Addict, oggi custoditi alla Cinémathèque Suisse di Losanna, non sono semplici documenti: sono porte d’accesso a un mondo perduto, un archivio emotivo che continua a pulsare.
La sua dedizione alla memoria è quasi una missione. «Io sono un patito degli archivi perché ho degli archivi fotografici immensi. Sono archivi analogici… Parigi, Londra, e poi 14 anni a New York», racconta al microfono di Valentina Grignoli in Laser. Non è solo un accumulo di immagini: è un lavoro di cura, di restituzione, di responsabilità verso un’epoca e verso le persone che l’hanno abitata. «Tanta gente non c’è più», dice con una semplicità che pesa come una constatazione storica. Archiviare, per lui, significa salvare dall’oblio.
Come una fotografia
Laser 15.04.2026, 09:00
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La New York che Bertoglio ha attraversato era una città in caduta libera e, proprio per questo, in piena esplosione creativa. Strade dissestate, autobus arrugginiti, edifici abbandonati: una metropoli sull’orlo del fallimento che offriva però spazi e possibilità impensabili. «Si poteva vivere a New York con pochi soldi… se uno era musicista poteva lavorare tre o quattro giorni in un ristorante e poi scrivere, suonare, fare quello che veramente vuole». In questo vuoto urbano, giovani artisti occupavano loft industriali nell’East Village e nel North Side, costruendo comunità spontanee e interconnesse. Il CBGB, il Mudd Club, i party improvvisati: erano fucine di creatività dove Andy Warhol, Grace Jones, Debbie Harry e un giovanissimo Jean-Michel Basquiat si incrociavano senza gerarchie.
L’incontro con Warhol fu per Bertoglio un passaggio quasi iniziatico. Dopo aver sfogliato il suo portfolio, Warhol reagì con un entusiasmo disarmante: «favoloso, favoloso, bellissimo, favoloso, bellissimo». Quella benedizione aprì a Bertoglio le porte di Interview Magazine e lo proiettò nel cuore pulsante della scena newyorkese, dove fotografò band emergenti e icone destinate a diventare leggenda. La copertina di Parallel Lines dei Blondie è solo uno dei tanti frammenti di quell’epoca che portano la sua firma.
Il suo film più emblematico, Downtown 81, è un testamento visivo di quel mondo. Basquiat, protagonista del film, era un vulcano creativo: «uno che lavorava sempre, sempre… la prima cosa che faceva era trovare uno spazio bianco e subito scrivere o disegnare». Girato nel 1981 e riscoperto solo vent’anni dopo, il film è diventato un documento prezioso di una città che non esiste più, di una comunità che nel frattempo è cresciuta, si è dispersa, è diventata famosa o è scomparsa. Una «fotografia souvenir» di un’energia che, come dice Bertoglio, «non c’è più e non verrà più».
Edo Bertoglio, Basquiat's Head, 1980
Oggi, l’opera di Edo Bertoglio non è soltanto una testimonianza storica: è una riflessione sulla fragilità e sulla potenza della memoria. Le sue immagini e i suoi film ci riportano in una New York leggendaria, ma ci ricordano anche quanto sia importante preservare ciò che rischia di svanire. Nel suo sguardo c’è la consapevolezza che ogni epoca è irripetibile, e che solo chi la vive dall’interno può restituirne davvero l’anima.
