Grandi Mostre

Rothko: invito alla contemplazione

Con la sua pittura rigorosa ed essenziale, meditativa e silenziosa, ha rivoluzionato l’arte del Novecento. Fino al 23 agosto 2026, una straordinaria mostra a Firenze gli rende omaggio

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Mark Rothko, Untitled, 1969

Mark Rothko, Untitled, 1969

  • © 1998 by Kate Rothko Prizel and Christopher Rothko
Di: Francesca Cogoni 

Per Mark Rothko dipingere significava dare vita a esperienze, piccoli miracoli, rivelazioni. Era, la sua, una vocazione quasi religiosa, una fede fortissima nel potere grandioso dell’arte: «Lo strumento più importante che l’artista impiega grazie a una pratica costante è la fede nella sua capacità di produrre miracoli quando ve n’è il bisogno. I quadri devono essere miracolosi: non appena uno è terminato, l’intimità tra la creazione e il creatore è finita. Questi diventa uno spettatore. Il quadro deve essere per lui, come per chiunque altro ne farà esperienza più tardi, una rivelazione, una risoluzione inattesa e inaudita di un bisogno eternamente familiare».

Mark Rothko, 1952-1953 circa

Mark Rothko, 1952-1953 circa

  • Henry Elkan. Courtesy The Rothko Family Archive

Lo stesso Rothko aveva vissuto per la prima volta quella esperienza profondamente spirituale ed epifanica nel 1950, quando, durante il suo primo agognato viaggio in Europa, in compagnia della moglie Mell, rimase fortemente colpito dall’architettura del Vestibolo della Biblioteca Laurenziana di Michelangelo e dagli affreschi di Beato Angelico nel Museo di San Marco a Firenze.

E proprio a Firenze, oggi, è possibile ammirare una delle più grandi mostre mai dedicate al genio straordinario di Mark Rothko. Fino al 23 agosto 2026, nelle sale di Palazzo Strozzi sono allestite oltre settanta opere del pittore statunitense, attraverso un percorso espositivo che abbraccia tutta la sua carriera, dagli esordi negli anni Trenta fino agli ultimi lavori dei tardi anni Sessanta. La mostra si estende anche nei due luoghi sopraccitati particolarmente cari a Rothko dove alcuni suoi dipinti dialogano con l’arte del Rinascimento.

Veduta dell'allestimento, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026

Veduta dell'allestimento, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026

  • © Foto Ela Bialkowska OKNO studio

Curato da Elena Geuna e da Christopher Rothko, figlio dell’artista, “Rothko a Firenze” rappresenta dunque un progetto espositivo unico e prezioso, un’occasione immancabile per immergersi nell’opera di un pittore che con il suo linguaggio rigoroso ed essenziale, meditativo e silenzioso, ha segnato indelebilmente il Ventesimo secolo.

«Sono diventato pittore perché volevo elevare la pittura al livello di intensità della musica e della poesia» dichiarò Rothko, che instaurò con la pratica pittorica un legame via via più intimo e viscerale. Emigrato a dieci anni con la famiglia a Portland, Oregon, dalla natia Divinsk (nell’attuale Lettonia), Marcus Rotkovitch ‒ questo il suo nome di nascita ‒ frequentò i corsi di psicologia e filosofia alla Yale University grazie a una borsa di studio, ma abbandonò ben presto gli studi universitari. Trasferitosi a New York, seguì in modo discontinuo i corsi dell’Art Students League. Fu l’incontro nel 1928 con il pittore Milton Avery ‒ definito il Matisse americano ‒ a segnare una svolta nel suo percorso formativo. A partire dal 1929 e nei vent’anni successivi, insegnò arte ai giovani alunni del Brooklyn Jewish Center, coltivando nel frattempo l’arte pittorica, dapprima con uno stile figurativo, poi, nel giro di qualche anno, avvicinandosi al neosurrealismo e nutrendo particolare interesse per la mitologia greca, l’arte primitiva e la psicoanalisi.

Fu tra il 1946 e il 1949 che la ricerca di Mark Rothko conobbe una prima importante evoluzione, con l’abbandono di ogni residuo rappresentativo: nella serie dei Multiforms, chiazze di colore irregolari percorrono la tela, segnando la transizione verso la completa astrazione. Da qui il passo fu breve per la cosiddetta “fase classica” della sua carriera: larghe campiture di colore sospese nello spazio della tela divennero la sua cifra stilistica. Nei decenni successivi, Rothko sviluppò con rigore e costanza questo peculiare linguaggio, fatto solamente di colore, luce e spazio, e capace di generare un’esperienza di visione completamente nuova.

Ecco perché chiamare quella di Rothko semplicemente pittura “astratta” ne sminuisce il valore: la sua è un’arte che «vive e respira», per usare le sue stesse parole, che fonde, evoca e trasmette emozioni umane fondamentali, facendo della superficie della tela un campo di forze emotive. «Alcuni artisti vogliono dire tutto. Ma io credo che sia più profondo dire poco» dichiarò il pittore. Eppure quel poco a tantissime persone dice molto, toccando spesso corde profonde dell’anima. Lo stesso Rothko era consapevole di ciò quando affermava: «Quanti piangono davanti ai miei quadri vivono la stessa esperienza religiosa che ho vissuto io quando li ho dipinti».

Mark Rothko a Palazzo Strozzi

Mark Rothko a Palazzo Strozzi

Pensiamo a tutti coloro che indugiano in estatica contemplazione davanti alle sue opere dislocate nelle principali collezioni museali del mondo, come le grandi tele esposte alla Tate Modern di Londra e donate dallo stesso artista, ma soprattutto pensiamo alle oltre 100 mila persone che ogni anno varcano la soglia della Rothko Chapel di Huston per meditare, pregare o cercare un contatto con il divino, o con l’infinito, per il tramite della sua arte. Commissionato a Rothko nel 1964 dai mecenati Dominique e John de Menil, il ciclo di quattordici dipinti che abita la cappella è, a tutti gli effetti, il testamento spirituale del pittore. Purtroppo, Rothko non fece in tempo a vedere il completamento dell’opera: gravemente malato, si tolse la vita nel 1970, nel suo studio di New York, a 66 anni. Un anno dopo, la Rothko Chapel inaugurò ufficialmente come luogo di culto ecumenico, un santuario universale aperto a tutti. 

LEGATO A Sternstunde Kunst., SRF, 07.04.2026 Mark Rothko: Bilder müssen geheimnisvoll sein

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