Arte

Inge Morath

Fotografa dallo sguardo pacato e profondo

  • 27 maggio, 00:00
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Inge Morath, Autoscatto, Gerusalemme, 1958

Inge Morath, Autoscatto, Gerusalemme, 1958

  • © Fotohof archiv; Inge Morath Foundation; Magnum Photos
Di: Francesca Cogoni

“Oggi si può fotografare qualsiasi cosa” osservava Robert Frank nel 1961. Un’affermazione che ai giorni nostri diventa ancora più rilevante. Ma, al di là della libertà di fotografare “qualsiasi cosa”, sono la modalità e l’attitudine con cui si utilizza il mezzo fotografico e la scelta di immortalare questo o quel soggetto o istante a definire lo stile e la sensibilità di un fotografo. Per Inge Morath, prima donna a diventare membro della prestigiosa agenzia Magnum Photos, la fotografia era “essenzialmente una questione personale: la ricerca di una verità interiore”. Ricerca di verità accompagnata da una inesauribile curiosità e da una spontaneità e acutezza di sguardo che le permisero di distinguersi e di seguire il proprio personale cammino nel mondo della fotografia in un’epoca in cui non era affatto facile e scontato affermarsi. Fu un cammino lungo, brillante e ricco di incontri, collaborazioni, progetti e soprattutto viaggi, tanti viaggi in giro per il mondo, facilitati dalle sue doti linguistiche (nel corso della sua vita giunse a parlare correntemente ben sette lingue).

Anche dopo anni di professione, per Inge Morath la fotocamera rimase sempre una fonte di meraviglia: “Nel mio cuore voglio restare una dilettante, essere innamorata di quello che sto facendo, sempre stupita delle infinite possibilità di vedere e usare la macchina fotografica come strumento di registrazione”. E ancora: “La chiusura dell’otturatore è un momento di gioia, paragonabile alla felicità del bambino che in equilibrio in punta di piedi, improvvisamente e con un piccolo grido di gioia, tende una mano verso un oggetto desiderato”. Due intense dichiarazioni che testimoniano il legame forte e necessario tra Inge Morath e il medium fotografico, che entrò quasi casualmente nella sua vita per poi non abbandonarla più.

Nata a Graz il 27 maggio 1923, figlia di due scienziati, Ingeborg Hermine Morath cresce in un ambiente colto e stimolante. Studia con profitto Lingue romanze all’Università di Berlino. Ma in questa città conosce anche gli orrori della Seconda Guerra Mondiale: dopo essersi rifiutata di aderire alla Gioventù hitleriana, è costretta a lavorare in una fabbrica bellica presso l’aeroporto di Tempelhof, accanto ai prigionieri di guerra ucraini. Tutt’intorno ci sono macerie e distruzione. Nel 1945 riesce a fuggire da Berlino e a raggiungere a piedi Salisburgo, dove ritrova la sua famiglia. Ma le atroci immagini della guerra resteranno impresse per sempre nella sua mente. Molti anni dopo, in un’intervista per il New York Times, racconterà: “Erano tutti morti o mezzi morti. Camminavo tra carcasse di cavalli, donne con neonati morti in braccio. Non posso fotografare la guerra per questo motivo”.

Inge Morath, Eveleigh Nash a Buckingham Palace, Londra, 1953

Inge Morath, Eveleigh Nash a Buckingham Palace, Londra, 1953

  • © Fotohof archiv; Inge Morath Foundation; Magnum Photos

Dopo la guerra, Inge Morath inizia a lavorare come traduttrice e redattrice per il Servizio d’informazioni americano, prima nell’ufficio di Salisburgo e poi a Vienna. Diventa quindi giornalista per la rivista Heute e collabora con il fotografo austriaco Ernst Haas. I loro rispettivi talenti si uniscono nella realizzazione di interessanti reportage, come quello sui prigionieri austriaci di ritorno dai campi di prigionia russi. Servizio che finisce sulla rivista Life e che cattura l’attenzione del fotoreporter Robert Capa, il quale invita entrambi a unirsi alla neonata agenzia Magnum a Parigi, Haas in qualità di fotografo e Morath come redattrice e ricercatrice.

In breve tempo, anche Inge Morath inizia a cimentarsi in prima persona con il mezzo fotografico. Durante un viaggio a Venezia nel 1951 con il suo primo marito, il giornalista inglese Lionel Birch, Morath, incantata dalla città, chiama Capa pregandolo di inviare appena possibile un fotografo per realizzare un servizio, lui le risponde di fare le foto da sé. Da questo momento in poi, la fotocamera diventerà la sua fidata compagna. Egni Tarom è lo pseudonimo che Morath utilizza per proporre agli editori i suoi primi scatti, consapevole della difficoltà di inserirsi in un settore prettamente maschile.

Inge Morath, Lama vicino a Times Square, New York, USA, 1957

Inge Morath, Lama vicino a Times Square, New York, USA, 1957

  • © Fotohof archiv; Inge Morath Foundation; Magnum Photos

“Fotografare è un fenomeno strano. Ti fidi dei tuoi occhi e non puoi fare a meno di mettere a nudo la tua anima”. Il suo approccio appassionato e diretto la premia. Tra i suoi primi reportage autonomi ce n’è uno dedicato ai “prêtres ouvriers” (preti operai) di Parigi, che colpisce molto Capa, tanto da spingerlo ad ammetterla nella Magnum come membro associato nel 1953 (due anni dopo ne diventerà membro effettivo). Cominciano così gli incarichi fotografici su commissione, che inizialmente riguardano soprattutto lavori minori, come sfilate di moda, aste d’arte o feste locali, essendo Morath la collaboratrice più giovane dell’agenzia, e per giunta donna in un ambiente di soli uomini. Lavora poi come assistente al fianco di Henri Cartier-Bresson, suo primo vero mentore. “Studiando il suo modo di fotografare, ho imparato io stessa a fotografare prima ancora di prendere in mano una macchina fotografica” dichiarerà a proposito del ruolo e dell’influenza esercitati dal grande fotoreporter.

Inge Morath, Audrey Hepburn sul set di Unforgiven, Messico, 1959

Inge Morath, Audrey Hepburn sul set di Unforgiven, Messico, 1959

  • © Fotohof archiv; Inge Morath Foundation; Magnum Photos

Nel corso degli anni Cinquanta, Inge Morath viaggia intensamente attraverso Europa, Medio Oriente, Africa e Stati Uniti, realizzando reportage per numerose riviste, come Holiday, Paris Match e Vogue. Prima di ogni trasferta, studia accuratamente lingua, cultura e storia del Paese di destinazione. Per questo, i suoi scatti non sono una semplice documentazione dei luoghi, delle persone o delle usanze, ma l’esito di una relazione empatica, rispettosa e profonda con i soggetti ritratti. Ciò che le interessa mettere in luce sono i rapporti umani, i piccoli eventi quotidiani, i posti carichi di vita. Marco Minuz ne descrive bene l’attitudine: “Nelle fotografie di Inge Morath emerge sempre una componente di vicinanza, non solamente fisica, ma soprattutto emotiva. Il suo è un lavoro diretto, privo di zone d’incertezza o di mistero. Il suo lavoro è, come il buon giornalismo, schietto, privo di compassione e ambiguità. Le sue immagini hanno sempre la capacità di non semplificare mai ciò che è complesso, e di non complicare mai quello che è semplice; sono fortemente descrittive e al contempo fanno trasparire una rara capacità di analisi del contesto”.

Inge Morath, Marilyn Monroe durante le riprese del film “The Misfits” a Reno, Nevada, USA, 1960

Inge Morath, Marilyn Monroe durante le riprese del film “The Misfits” a Reno, Nevada, USA, 1960

  • © Fotohof archiv; Inge Morath Foundation; Magnum Photos

Nel 1960, ecco un altro incontro significativo e determinante nella vita di Inge Morath: insieme a Cartier-Bresson, raggiunge Reno, nel Nevada, per fotografare il set del film The Misfits (Gli spostati) di John Huston. In questa occasione, oltre a realizzare uno dei suoi ritratti più celebri (Marilyn Monroe che esegue dei passi di danza all’ombra di un albero), conosce quello che, due anni più tardi, diventerà il suo secondo marito: lo scrittore e drammaturgo Arthur Miller, sceneggiatore della pellicola, all’epoca legato alla Monroe.

Inge Morath, Untitled (from the Mask Series with Saul Steinberg), USA, 1962

Inge Morath, Untitled (from the Mask Series with Saul Steinberg), USA, 1962

  • © Fotohof archiv; Inge Morath Foundation; Magnum Photos

Risale a questo periodo anche la felice collaborazione di Inge Morath con il disegnatore Saul Steinberg, da cui nasce la serie fotografica “Masks”, un progetto bizzarro e spiritoso, seppur attraversato da una sottile vena caustica, in cui le persone sono ritratte in situazioni comuni, con indosso abiti normali, ma con i volti nascosti dalle curiose maschere create da Steinberg.

Dopo il matrimonio con Miller, la fotografa si trasferisce in una vecchia fattoria a Roxbury, nel Connecticut, dove riconverte un ex silos allestendovi il suo studio e una camera oscura. Non cessa però di spostarsi assiduamente per il mondo: accompagnata dal marito, va in Cina (dopo aver imparato per bene il mandarino), in Russia, in Giappone… continuerà a fotografare e a viaggiare instancabilmente fino alla morte, sopraggiunta nel 2002.

“Una tenera intrusa con una fotocamera invisibile”: così Philip Roth descrisse Inge Morath. Lo scrittore fu una delle tante personalità ritratte dalla fotografa (Igor Stravinsky, Alberto Giacometti, Jean Arp, Alexander Calder, Audrey Hepburn, Fidel Castro… l’elenco è lunghissimo). Difatti, era uno sguardo non invadente, ma pacato, attento e sincero quello che Inge Morath riservava tanto alle persone, celebri o meno, quanto ai luoghi (basta osservare le foto della camera da letto di Mao Tse Tung, o della casa di Boris Pasternak o di Chekhov…). Non poteva trovare parole migliori, il marito Arthur Miller, per descrivere il suo modo di fare fotografia: “Per oltre mezzo secolo, ha tratto poesia dalle persone e dai loro luoghi”.

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