Arte

Louise Nevelson

Artista rigeneratrice

  • 23 September 2023, 09:37
  • 25 September 2023, 10:18
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Louise Nevelson in occasione della mostra presso lo Studio Marconi nel 1973

Louise Nevelson in occasione della mostra presso lo Studio Marconi nel 1973

  • © 2022, ProLitteris, Zurich
Di:Francesca Cogoni

Tra le artiste più emblematiche del Novecento, Louise Nevelson ha lasciato un segno significativo e personalissimo nella scultura contemporanea. Il riverbero delle sue opere, che spaziano dagli intimi collage polimaterici alle imponenti sculture-assemblage simili a moderni totem, è oggi più forte che mai. Il 2022, infatti, è stato un anno di felice e meritata “riscoperta” per questa artista di origini ucraine naturalizzata americana, scomparsa nel 1988. Viene da chiedersi come avrebbe reagito lei, che con le sue opere conferiva ai materiali nuova vita e un senso quasi mistico e che affermava “ricostruisco il mondo smembrato in una nuova armonia”, di fronte all’atroce guerra che sta smembrando la sua terra natia.

Louise Nevelson, Untitled, 1958. Collezione privata

Louise Nevelson, Untitled, 1958. Collezione privata

  • © 2022, ProLitteris, Zurich. Courtesy Fondazione Marconi, Milano

Nata il 23 settembre 1899 a Pereiaslav, vicino Kiev, Leah Berliawsky (nome d’origine dell’artista) ha appena sei anni quando con la sua famiglia emigra negli Stati Uniti, stabilendosi a Rockland, nello stato del Maine. Fin da piccola dimostra un’attitudine speciale per le arti. Terminati gli studi alla Rockland High School, nel 1920 sposa Charles Nevelson, acquisendone il cognome, e con lui si trasferisce a New York. Qui approfondisce lo studio del disegno, della pittura, della musica e della recitazione. Alla fine degli anni Venti, Louise Nevelson frequenta la Art Students League, poi decide di recarsi in Germania per specializzarsi con il pittore Hans Hofmann, tra i principali esponenti dell’Espressionismo astratto. Viaggia in Italia e a Parigi, dove, visitando il Musée de l’Homme, rimane stregata dall’arte africana. Rientrata a New York, lavora come assistente del celebre muralista Diego Rivera, partecipando alla decorazione dell’RCA Building e della New Workers’ School.

Louise Nevelson, Untitled, 1977. Collezione privata

Louise Nevelson, Untitled, 1977. Collezione privata

  • Courtesy Fondazione Marconi, Milano. © 2022, ProLitteris, Zurich

Nel 1933, finalmente pronta per intraprendere un percorso autonomo, Louise Nevelson apre il proprio studio nel Greenwich Village e inizia a dedicarsi alla scultura, creando opere di impronta primitivista e servendosi fin da subito di materiali poveri e naturali. La prima personale di rilievo arriva nel 1941, presso la Galerie Nierendorf di New York. In questo periodo, l’artista entra in contatto e si confronta con numerosi protagonisti delle avanguardie europee rifugiatisi in America in seguito allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Sostenuta da Marcel Duchamp, espone le sue sculture nella collettiva femminile “Thirty-One Women” presso la galleria Art of This Century di Peggy Guggenheim. Sono anni di incessante ricerca per la Nevelson, che sperimenta senza sosta nuove modalità espressive e materiali diversi, come la terracotta, l’alluminio, il bronzo… Esplorazioni che la conducono fino in Guatemala e in Messico, per conoscere da vicino l’eredità delle culture precolombiane, che ispirano fortemente la sua pratica. Tra tutti è il legno il materiale prediletto dall’artista: una propensione alimentata anche dal lavoro del padre, commerciante di legname. Fin dai primi anni Quaranta, Louise Nevelson ricorre al legno non tanto per modellarlo quanto per assemblarlo. Dopo aver recuperato in casa o per strada pezzi e casse di legno, mobili ed elementi architettonici, l’artista li accumula nel suo studio per poi creare via via delle composizioni attraverso l’assemblaggio. “Ovunque trovassi del legno me lo portavo a casa e iniziavo a lavorarci, per mostrare al mondo che l'arte è ovunque, sebbene debba passare attraverso una mente creativa” racconterà l’artista in proposito.

Louise Nevelson, Untitled, 1956. Collezione privata

Louise Nevelson, Untitled, 1956. Collezione privata

  • Courtesy Fondazione Marconi, Milano. © 2022, ProLitteris, Zurich

Fase importante di questo recupero e riuso dei materiali è la loro colorazione con una pittura monocromatica (dapprima in nero, poi in bianco o oro), che avviene quando i pezzi non sono ancora assemblati. Il colore nero, in particolare, assume per l’artista una valenza speciale: è il colore che comprende tutti gli altri e che dona alle composizioni quell’aspetto così iconico e ieratico. “Ho iniziato a utilizzare il nero per vedere le forme più chiaramente. Il nero sembrava essere il colore più forte e più puro… Tanto per cominciare il mio lavoro non è mai stato nero per me. Non penso mai in questo modo. Non faccio la scultura, non è nera e non è legno o qualcos’altro, perché ho sempre cercato altro. Cercavo un’essenza”.

Louise Nevelson, Dark Sound, 1968. Collezione privata

Louise Nevelson, Dark Sound, 1968. Collezione privata

  • Courtesy Fondazione Marconi, Milano. © 2022, ProLitteris, Zurich

Attraverso questo peculiare processo creativo, Louise Nevelson dà vita a lavori che emanano un’energia e un fascino quasi arcani, in cui l’equilibrato rapporto tra luce e ombra e tra pieno e vuoto è l’esito di una tenace e rigorosa ricerca di armonia e di una straordinaria maestria combinatoria. Contemporaneamente alla scultura, però, l’artista non cesserà mai di dedicarsi anche alla creazione di piccoli collage attraverso un’ampia gamma di materiali di scarto e d’uso comune, come pagine di giornale, cartone, alluminio, carta vetrata e tessuto, riprendendo e facendo sua la lezione delle avanguardie (del Cubismo in primis) e dimostrando una inventiva sorprendente e libera. “Il mio modo di pensare è il collage” dichiarerà la stessa Nevelson, ribadendo l’importanza dei concetti di riciclo, combinazione e stratificazione, sia sul piano estetico-formale sia su quello intellettivo.

Come ha ben sottolineato il critico Germano Celant, “negli anni Cinquanta, mentre gli espressionisti astratti aggrediscono la materia per distruggerla, Nevelson ha nei confronti della materia e dell’arte un atteggiamento procreativo e riproduttivo, tipico della donna, per cui gli oggetti e i materiali vengono rigenerati e fatti vivere”. Non solo creatrice ma anche rigeneratrice, dunque. Ed è proprio in virtù di tale vitalità e della grazia delle sue opere che Louise Nevelson riesce a farsi strada in un mondo dell’arte ancora troppo maschilista. “Mi sono sempre sentita donna… molto donna… il mio lavoro può sembrare vigoroso ma è delicato. In esso c’è tutta la mia vita, e tutta la mia vita è femminile”.

Louise Nevelson, Volcanic Magic XIII, 1985

Louise Nevelson, Volcanic Magic XIII, 1985

  • Collezione privata. Courtesy Fondazione Marconi, Milano. © 2022, ProLitteris, Zurich

Dalla seconda metà degli anni Cinquanta i maggiori musei americani iniziano ad acquistare i lavori dell’artista e le mostre personali e i riconoscimenti si moltiplicano: nel 1962, Louise Nevelson rappresenta gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia, nel ’64 partecipa a documenta a Kassel, mentre nel ’67 il Whitney Museum di New York le dedica una importante retrospettiva. Negli anni si susseguono anche i lavori site specific e su commissione, come il gruppo scultoreo Sky Gate, New York per il World Trade Center (1978), purtroppo distrutto con l’attentato dell’11 settembre 2001, e la splendida decorazione della Chapel of the Good Sheperd, ribattezzata Nevelson Chapel, presso la Saint Peter’s Church di New York; senza dimenticare, sempre nella Grande mela, le monumentali sculture in acciaio che abitano in pianta stabile la Louise Nevelson Plaza.
Oggi i preziosi collage e le maestose sculture di Louise Nevelson sono esposti nei musei di tutto il mondo. Esito di un genio creativo che ha precorso i tempi, conservano intatti il loro fascino misterioso e la loro energia primigenia.

Louise Nevelson al Museo Comunale d’Arte

di Mattia Pelli

  • 03.10.2022
  • 09:00

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