Per quasi 3 ore sul palco tutto è pensato per stupire. La scenografia muta rapidamente: dagli interni di lussuose ville coloniali a una gigantesca piramide azteca, da notti bucoliche attraversate da un fiume fino a una vera e propria ascensione in paradiso. Il cast, molto numeroso, esegue danze di flamenco cariche di pathos, si muove sospeso in aria, canta e coinvolge direttamente il pubblico. I costumi privilegiano abiti rivelatori, aderenti e in pelle nera: una scelta estetica che risponde al gusto contemporaneo più che all’epoca rappresentata, compresa tra il 1519 e il 1521. Sono gli anni dell’arrivo di Hernán Cortés in territorio azteco e della distruzione dell’impero. La parola “colonia” non viene mai pronunciata e la lettura storica proposta è ultraconservatrice. Il messaggio, in sintesi, è chiaro: gli spagnoli avrebbero liberato le popolazioni indigene dall’oppressione azteca, convertito volontariamente gli abitanti e, mescolandosi a loro, dato origine a un nuovo popolo ricco di cultura, libero, prospero e, naturalmente, felice.
I falsi storici includono la conversione al cattolicesimo dell’ultimo imperatore azteco, Montezuma II, sul letto di morte. Si sfiora il grottesco quando i coloni spagnoli, bianchi quanto gli attori che interpretano gli indigeni, intonano la canzone: México grande, libre México, Mágico mundo nuestro, México Azteca, Maya México, Centro del universo (Messico grande, libero Messico, Magico mondo nostro, Messico Azteca, Maya Messico, Centro dell’universo). Alle loro spalle sventolano enormi bandiere del Messico, un’entità politica e culturale che nel XVI secolo non esisteva.
Il musical si intitola Malinche, dal nome della donna indigena venduta dalla famiglia da bambina come schiava e in seguito “ceduta” agli spagnoli. Parlava diverse lingue indigene e imparò rapidamente lo spagnolo, diventando una figura centrale nei rapporti tra conquistadores e popolazioni locali. Fu al servizio di Hernán Cortés, come tutti dovette convertirsi al cattolicesimo e da lui ebbe un figlio.
In Messico Malinche è una figura profondamente controversa. È spesso considerata una traditrice per aver “aiutato” Cortés nella sua avanzata, tanto che ancora oggi il termine malinchismo indica un atteggiamento di ammirazione eccessiva o di preferenza per ciò che è straniero, accompagnato dalla svalutazione della propria cultura, delle tradizioni o dell’identità nazionale.
Nonostante dia il nome al musical, Malinche resta ai margini della narrazione, che si concentra invece sulla figura di Hernán Cortés. Il passaggio dalla schiavitù presso una comunità indigena a quella nelle mani di Cortés viene rappresentato come una liberazione, così come l’immediata conversione al cattolicesimo. Sul palco, però, i due si innamorano a prima vista e danno alla luce un figlio, il primo mestizo, individuo di razza mista, dal quale discenderebbe la nuova popolazione messicana. L’unico elemento storicamente corretto è che i due ebbero effettivamente un figlio, Martín Cortés Malinche.
L’idea di Malinche come madre del popolo mestizo è profondamente radicata nella cultura messicana, anche grazie allo scrittore Octavio Paz, unico Premio Nobel per la letteratura del paese. Nel saggio I figli della Malinche, pubblicato nel 1950, Paz non interpreta Malinche come figura storica, ma come simbolo dell’origine traumatica dell’identità messicana. Malinche incarna la madre indigena violata durante la conquista spagnola. La nascita del Messico meticcio non deriverebbe dunque da un incontro tra pari, ma da un atto di violenza. I messicani resterebbero segnati da una ferita originaria, generatrice di vergogna, solitudine e conflitto con le proprie origini. Il rifiuto di Malinche e il malinchismo riflettono l’incapacità di riconciliarsi con questa eredità storica e simbolica.
Nell’ultima scena dello spettacolo, il pubblico canta insieme agli attori e si alza in piedi per applaudire. La platea è in gran parte messicana, con molti turisti in visita nella capitale. L’entusiasmo condiviso dagli spettatori lascia perplessi.
Malinche el Musical è una produzione spagnola, scritta da Nacho Cano, in Messico una vera celebrità. È noto come membro fondatore del gruppo pop Mecano, che negli anni Ottanta ha prodotto successi internazionali, anche in italiano, come Figlio della Luna e Per lei contro di te.
Cano è noto per il suo allineamento all’ala politica di destra. Dopo il debutto in Spagna nel 2023, lo spettacolo è stato rielaborato per la versione messicana, approdata nella capitale un anno fa, anche qui con il finanziamento di imprenditori vicini alla destra del paese: una destra legata all’eredità spagnola, fisicamente più bianca, distante dalla realtà indigena, ancora oggi fortemente discriminata e assente tra il pubblico, dove i biglietti costano dai 20 a oltre 60 franchi. Lo spettacolo è pubblicizzato come una produzione paragonabile a quelle di Las Vegas o Broadway.
Le reazioni del pubblico dopo lo spettacolo sono diverse, ma tutti concordano sulla spettacolarità della messa in scena. Effetti speciali, musica, cori e scenografia convincono anche Ricardo de la Torre, spettatore in visita a Città del Messico, che si alza in piedi per applaudire pur restando critico sul messaggio. «Non c’è nessuna assunzione di responsabilità, né alcuna autocritica in ciò che abbiamo visto sul palco», spiega. «Si distingue come una grande produzione: la musica, i cori, la scenografia. In questo senso è eccellente. Ma come filosofia o come verità… è molto forzato… La premessa sono che gli indigeni erano assassini, che si uccidevano tra loro, che l’uomo praticava sempre i sacrifici. È una premessa che finisce per giustificare una gigantesca carneficina: dal passare da 25 milioni (di indigeni) a restarne 3 milioni dopo 300 anni».

“Malinche”: il musical che sfida la memoria storica del Messico
La corrispondenza 19.12.2025, 07:05
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Altri spettatori, invece, condividono pienamente la versione proposta. «È bellissimo», dice Lilia Mejía all’uscita, «la scenografia, gli attori, la storia che raccontano, è quello che realmente passò in America. Molti messicani pensano che Hernán Cortés venne a saccheggiare, a derubarci, a distruggerci. Ma Cortés venne anche a salvarci». Parole che trovano l’approvazione dal gruppo di amiche che l’accompagnano, elegantemente vestite e visibilmente emozionate. Dichiarazioni prive di fondamento storico, ma indicative della visione di una parte della popolazione e degli interessi politici della destra messicana, ancora oggi presente nelle classi più agiate. Una visione che affonda le sue radici nell’educazione d’élite.
«È abbastanza comune che la gente abbia questo tipo di comprensione della storia», spiega María Isabela Martínez Ramírez, professoressa dell’Università Autonoma del Messico e studiosa di storia indigena contemporanea. «Quando abbiamo accolto molti esiliati spagnoli, abbiamo istituito una scuola, il Colegio de Mexico». Nato nel 1940, è una prestigiosa istituzione accademica fondata per accogliere intellettuali repubblicani in esilio durante la guerra civile spagnola. «Quando sono arrivati gli esiliati cileni, non lo si è fatto. Di tutti gli esiliati che abbiamo ricevuto, non si è fondata un’altra scuola, ma per gli spagnoli sì. L’élite messicana è molto influenzata dal gusto spagnolo, per esempio molti di loro oggi vivono in Spagna».
Sul rapporto tra Malinche e Hernán Cortés, Martínez Ramírez è netta: lei era una schiava e, come tale, amante e madre di suo figlio. «L’amore romantico è un concetto contemporaneo. Pensare che questa donna, schiava di un uomo, potesse provare amore e persino attrazione sessuale… non solo non è politicamente corretto, ma normalizza la violenza come se fosse amore… Mi sembra che sia più una nostra idea dell’amore in un paese come il Messico, dove ci sono una marea di femminicidi».
Nel musical gli Aztechi vengono presentati attraverso una scena drammatica di sacrificio umano, con un’enorme piramide sormontata da un altare sacrificale. Lo sfondo rosso, la violenza dell’uccisione e l’estrazione del cuore strappato a mano richiamano una rappresentazione infernale. La professoressa precisa: «Non è che non ci fosse violenza, ma era altamente codificata. Quando arrivarono gli iberici, invece, la violenza che portarono era sconosciuta, atroce e distruttiva. Nei codici amerindi non esiste il concetto di distruggere tutto. Questa era invece l’idea prioritaria dei colonizzatori. Non solo uccidevano le persone, ma devastavano la natura, gli habitat, come accadde nelle prime isole in cui arrivarono. Portarono una distruzione totale».
Ma questa visione storica rappresenta solo una parte della popolazione. Nel paese continuano infatti le battaglie per il riconoscimento delle popolazioni indigene. Il contrasto tra queste posizioni ha prodotto fratture profonde, anche a livello internazionale. Nel 2019 l’allora presidente Andrés Manuel López Obrador, all’inizio del suo mandato, inviò una lettera al re di Spagna chiedendo scuse ufficiali per la violenza esercitata dai colonizzatori sotto il comando della corona. La lettera portò al congelamento delle relazioni tra i due paesi. Al momento della successione presidenziale nel 2024, quando assunse il mandato Claudia Sheinbaum, il re non fu invitato e nessun rappresentate politico spagnolo si presentò. Fu la prima volta.
Tra molte controversie, la rappresentazione della popolazione indigena nel mondo dello spettacolo sta cambiando. La più nota è stata l’ascesa di Yalitza Aparicio, attrice indigena arrivata al successo con il suo primo ruolo nel film di Alfonso Cuarón Roma, per cui ottenne una candidatura all’Oscar come attrice protagonista. È stata anche la prima donna indigena ad apparire sulla copertina di Vogue Messico. Oggi rappresenta una voce molto influente nella lotta per i diritti delle popolazioni indigene.
Le polemiche non sono mancate quando Malinche el Musical ha aperto le porte, attirando critiche proprio per la versione della storia che propone. Eppure, a dieci mesi dal debutto, le rappresentazioni continuano ogni giorno, con doppio spettacolo la domenica, e il teatro è sempre pieno. Lo show è pubblicizzato come un’operazione in stile Las Vegas: spettacolare, pensata per durare anni e diventare un’attrazione turistica. Contrasti che solo la complessità della realtà messicana sembra riuscire a tenere insieme.
La rivincita dell’horror
Charlot 29.03.2026, 14:35
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