La mostra Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio propone un’ampia e inedita selezione delle opere più potenti e anticonformiste del fotografo statunitense, tra i più raffinati e controversi artisti del XX secolo. L’esposizione, curata da Denis Curti, si potrà visitare fino al 17 maggio 2026.
Prima di morire di AIDS a soli quarantatré anni, Robert Mapplethorpe attraversa tutta la New York feroce e vitale degli anni Settanta e Ottanta. Insegue sempre, con ostinazione, una ricerca estetica quasi assoluta, fatta di ambizione creativa, disciplina formale e un’incessante tensione verso l’immagine perfetta. Due spinte, solo in apparenza opposte, alimentano il suo immaginario: da un lato l’aspirazione all’ordine e alla misura, dall’altro la fascinazione per l’eccesso, il desiderio e la dimensione erotica.
Le forme del desiderio è un titolo che sintetizza con precisione questa dualità, cuore dell’immaginario di uno degli artisti più influenti e controversi del Novecento. Le oltre 200 opere a Palazzo Reale, alcune inedite, rivelano la precisione con cui costruisce ogni immagine: la posizione del corpo, la direzione della luce, l’equilibrio dei volumi, la tensione dei gesti.
Il percorso espositivo si apre con i collage fine anni Sessanta e inizio Settanta, e prosegue con le Polaroid più audaci, a volte disturbanti, che documentano la scena omosessuale e sadomaso della New York dell’epoca.
Due sezioni centrali sono dedicate al legame dell’artista con la cantautrice e poetessa Patti Smith e con la bodybuilder Lisa Lyon.
Patti Smith e Lisa Lyon
Con Patti Smith sono stati amici, amanti e complici fin dai primi passi nella New York dei loro vent’anni. Condividono ambizioni, paure e una crescita artistica che si trasforma in un legame creativo e spirituale destinato a durare per sempre. Un famoso ritratto del 1968, è ancora distante dalla raffinatezza del Mapplethorpe maturo, ma emergono già i nuclei della sua estetica: purezza, rigore, capacità di cogliere l’essenza oltre la superficie. Una promessa dell’artista che diventerà.
Lisa Lyon, campionessa mondiale di body building, contribuisce con Mapplethorpe a ridefinire l’immagine del corpo femminile: potente, scolpito, iconico. Per il fotografo, Lyon diventa ciò che le statue antiche furono per gli artisti rinascimentali: un modello ideale, una forma da contemplare e reinventare.
Autoritratti
Nella sezione dedicata agli autoritratti emerge una dimensione più intima e riflessiva: Mapplethorpe trasforma la macchina fotografica in un mezzo per indagare sé stesso, costruendo lungo gli anni un percorso visivo che segue la sua evoluzione personale e artistica. Attraverso posture eleganti, travestimenti e messe in scena sempre più audaci, fino agli scatti conclusivi segnati dalla fragilità, l’autoritratto diventa il luogo in cui il suo corpo si fa strumento di ricerca e rivelazione. In opere come Self Portrait del 1988, il volto scavato dall’AIDS restituisce una testimonianza diretta e priva di mediazioni, che chiama in causa il rapporto tra rappresentazione, vulnerabilità e consapevolezza della fine.
Autoritratto, 1988
Celebrità
La mostra prosegue con una serie di ritratti in bianco e nero dedicati ad alcuni protagonisti della cultura pop del secondo Novecento, tra cui Andy Warhol, Peter Gabriel e Yoko Ono. Mapplethorpe non è attratto dalla celebrità in sé, ma da ciò che emerge quando la maschera cade. Il suo metodo si basa sulla sottrazione: elimina il superfluo, ascolta la forma e lascia affiorare l’essenza. Emblematico, in questo senso, è il ritratto di Isabella Rossellini: volto e spalle, privi di ornamenti, diventano una presenza rigorosa e rarefatta, che rivela la forza pura della forma e dello sguardo.
Nudi
Nella sezione dedicata ai nudi maschili e femminili, uno dei capitoli più discussi e riconoscibili della produzione di Mapplethorpe, emerge con particolare chiarezza la sua ambizione di coniugare eros, classicismo e astrazione. Il celebre scatto del 1983 del modello Derrick Cross, in cui il volto scompare a favore di un’inquadratura serrata sul retro del corpo, rivela bene questo approccio. Tagli decisi e composizioni essenziali trasformano l’anatomia in forma pura: una sorta di studio accademico contemporaneo, in cui la tensione dei muscoli e il gioco di luci e ombre costruiscono un corpo-architettura più che un individuo.
Il modello Derrick Cross
Fiori
Negli stessi anni in cui porta al limite la rappresentazione del corpo, Mapplethorpe sviluppa una serie molto meno conosciuta, dedicata ai fiori. Immagini raccolte e concentrate, in cui orchidee, calle e papaveri assumono la stessa gravità formale dei suoi nudi, trasformandosi in figure silenziose da contemplare. Pur attraversate da una sensualità sussurrata e metaforica, queste fotografie non generano lo stesso scalpore immediato dei nudi maschili o dei ritratti più controversi, che hanno contribuito a definire la reputazione dell’artista nell’immaginario collettivo.
Orchidea
Scultura classica
La mostra si conclude con una sezione dedicata al dialogo tra fotografia e scultura classica. Servendosi della Hasselblad 500C, Mapplethorpe ritrae sculture antiche come se fossero corpi reali, riducendo la distanza tra la freddezza del marmo e la vitalità della pelle. Ne nasce un gioco di percezioni: la materia solida della scultura sembra farsi più vulnerabile, mentre l’immagine fotografica acquisisce una qualità quasi plastica, vicina alla tridimensionalità.
The sluggard


