C’è qualcosa di politico — nel senso più alto del termine — nella mostra interattiva Territori di sguardi e di parole: paesaggi, storie e immagini della Svizzera italiana (dal 5 febbraio al 5 marzo all’Istituto Internazionale di Architettura i2A di Lugano). Non solo perché celebra la conclusione di un progetto partecipativo come la Guida letteraria della Svizzera italiana, ma perché mette in scena un gesto raro: restituire a un territorio la consapevolezza di essere stato guardato, narrato, immaginato.
Il progetto, promosso dal DECS e dalla SUPSI con il sostegno federale per la lingua e la cultura italiana, ha raccolto oltre 3.000 citazioni di 875 autori che hanno descritto 372 luoghi del Ticino e del Grigioni italiano. Una costellazione di sguardi che, come direbbe Calvino, «fa esistere ciò che nomina». La mostra all’Istituto Internazionale di Architettura di Lugano non si limita a esporre questo patrimonio: lo traduce.
Il curatore Michele Amadò (al microfono di Cristina Artoni in Alphaville) parla di una «traduzione semiotica» dei testi in immagini. È un’espressione che dice molto: non si tratta di illustrare, ma di interpretare. Gli studenti del Bachelor in Comunicazione visiva della SUPSI hanno letto i testi, isolato i nuclei concettuali, e poi costruito immagini che non rappresentano il territorio, ma lo attraversano con lo sguardo degli autori. È un esercizio che ricorda la lezione di Barthes: «l’immagine non riproduce, ma produce senso».
Sguardi e parole
Alphaville 05.02.2026, 11:05
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Il risultato è sorprendente. Il balcone di casa Camozzi, da cui Hermann Hesse osservava il mondo, diventa nella fotografia di Nicole Ferrini una finestra colorata che restituisce al luogo la sua aura originaria. È un gesto semplice e radicale: rendere visibile ciò che l’abitudine ha reso invisibile. Lo stesso accade con i paesaggi di Brissago, il Monte Verità, Bellinzona, filtrati dalle parole di Hemingway, Montale, Orelli. Ogni immagine è un invito a guardare di nuovo, come se il territorio ci fosse restituito per la prima volta.
La struttura della mostra — pannelli interattivi, brevi video, citazioni accostate alle immagini — costruisce un percorso che non è solo estetico, ma cognitivo. È un atlante multimediale che permette di esplorare la Svizzera italiana come un testo aperto, un luogo in cui la geografia si intreccia con la memoria culturale. In questo senso, la mostra non è un punto d’arrivo, ma un dispositivo di attivazione: invita a camminare, leggere, ascoltare.
Amadò auspica che l’esposizione possa viaggiare oltre i confini svizzeri — a Zurigo, Londra, Pechino — per presentare un’immagine culturale della Svizzera italiana in un momento in cui la diplomazia internazionale richiede narrazioni forti e riconoscibili. È un desiderio che ha un fondamento profondo: i territori non sono solo spazi, sono storie. E le storie, quando vengono condivise, diventano identità.
La Guida letteraria ha costruito una mappa. La mostra le dà un corpo. E insieme mostrano qualcosa che spesso dimentichiamo: che un territorio non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo capaci di vedere.




