Anselm Kiefer entra nella Sala delle Cariatidi sollevando polvere, riportando alla luce ciò che era stato sepolto, lasciando che le fratture diventino materia. «L’artista gioca nelle cave della storia», scrive, «là dove più geni si incontrano, comunicano, si uniscono o si escludono per formare nuove combinazioni dalle variazioni infinite» (Anselm Kiefer). Questa è la sua postura: scavare, mescolare, far reagire elementi lontani, come in un laboratorio alchemico.
La mostra Le Alchimiste, allestita a Palazzo Reale fino al 27 settembre, rende esplicita questa tensione. Le pareti ferite dal bombardamento del 1943 non sono un semplice sfondo: sono una controparte, un corpo con cui le opere dialogano. Kiefer lo ha percepito subito. Quelle figure mutilate, volutamente non restaurate, gli sono apparse come «una profezia che si è avverata» (Anselm Kiefer). E in quella profezia ha riconosciuto un’eco delle donne alchimiste che la storia ha cancellato, figure che la sua pittura restituisce a una visibilità nuova, quasi rituale.
La dimensione spirituale, per Kiefer, non è un’aggiunta, ma un asse portante. «Ha costruito tutta la sua avventura d’artista sulla ricerca di una dimensione trascendentale» osserva Gabriella Belli (curatrice della mostra al microfono di Cristiana Coletti in Alphaville), «oltre la pittura per cercare in qualche modo la verità». È una ricerca che nasce dal dopoguerra tedesco, da un bisogno di autenticità dopo la catastrofe. Ogni tela sembra un tentativo di riaprire un varco verso ciò che resta, ciò che sopravvive alla distruzione.
Il principio ardente della trasformazione
Voci dipinte 01.02.2026, 10:35
Contenuto audio
In questo orizzonte, arte e scienza non sono mondi separati. Natascia Fabbri, storica delle scienza, ricorda come Kiefer concepisca l’arte come «uno spazio in cui discipline diverse possono entrare in risonanza». Non una sintesi, non un’alternativa, ma un campo magnetico in cui formule, miti, astronomia e poesia si attirano e si respingono. È il motivo per cui nei suoi cieli stellati compaiono le sigle della NASA: non per spiegare, ma per ampliare. «L’arte mantiene aperta una visione del mondo più ampia», nota Fabbri, «dove conoscenze scientifico‑matematiche, simboliche e immaginative possono coesistere».
Il cuore della mostra è la genealogia femminile dell’alchimia, una storia laterale, spesso rimossa. «Il ruolo delle donne nella ricerca alchemica è stato molto più ampio di quanto la narrazione canonica faccia pensare» afferma Natascia Fabbri. Kiefer non rappresenta gli strumenti dell’alchimista: rappresenta il corpo stesso della donna come luogo della trasformazione. Nei testi antichi, il vaso ermetico è paragonato alla «matrix uterina»; nelle sue tele, l’alchimista è «artefice, strumento, luogo del processo e processo stesso». È un rovesciamento radicale: la tecnologia non è esterna, ma incarnata.
La pittura di Kiefer, con la sua materia corrosa, i suoi ossidi, le sue combustioni, sembra nascere da una lotta. «È un trionfo di un certo tipo di pittura» dice Gabriella Belli, «una pittura di pasta, di gesto». Da queste superfici martoriate emergono volti che non cercano la grazia, ma la verità. «Una necessità della bruttezza», la chiama Belli, «che conferisce energia e forza». Sono volti che non chiedono di essere amati: chiedono di essere guardati.
Le Alchimiste non è solo una mostra: è un esercizio di memoria. Non la memoria pacificata dei manuali, ma quella inquieta, che interroga ciò che è stato escluso. «Costringe a riflettere su ciò che viene conservato e trasmesso, e su ciò che viene reso invisibile» osserva Fabbri. È forse questo il gesto più politico di Kiefer: non aggiungere nuove storie, ma riaprire quelle che erano state chiuse troppo in fretta.
In fondo, l’alchimia non è mai stata solo una scienza della trasformazione dei metalli. È stata una scienza della trasformazione dello sguardo. E Kiefer, ancora una volta, ci invita a guardare dove non avevamo pensato di guardare.




