Nel laboratorio dello scrittore

Boccaccio, Leopardi, Montale: come scrivevano (a mano)

A Villa Farnesina un viaggio nelle tracce della scrittura e nella concretezza delle grandi opere letterarie: dai testi autografi che hanno fatto la nostra storia ai nuovi archivi digitali

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Di: Alphaville/EBo 

La mostra Come nascono i classici. Gli autografi della letteratura italiana, allestita a Roma nella cornice rinascimentale di Villa Farnesina, offre uno sguardo raro sul cuore segreto della creazione letteraria. È qui che il progetto ventennale Autografi dei letterati italiani trova il suo compimento: una selezione di quaranta testimonianze – manoscritti, quaderni, pergamene – che raccontano la nascita materiale dei capolavori, dal Trecento al Novecento.

Il percorso espositivo conduce il visitatore attraverso sette secoli di scrittura, aprendo con il celebre autografo del Decameron, vergato su pergamena da Giovanni Boccaccio intorno al 1370, e proseguendo con l’Orlando Furioso di Ariosto, i quaderni delle Operette morali di Leopardi, gli appunti di Galileo per il Dialogo sopra i due massimi sistemi, fino ai fogli fittamente annotati di Montale, Ginzburg, Eco.

La prima pagina del cosiddetto Hamilton 90, il preziosissimo manoscritto autografo del Decameron di Boccaccio

La prima pagina del cosiddetto Hamilton 90, il preziosissimo manoscritto autografo del Decameron di Boccaccio

  • autografi.net

La cosiddetta “filologia delle varianti”, nata nel Novecento per studiare proprio queste metamorfosi testuali, ha significato un vero cambio di paradigma. I manoscritti restituiscono il lavoro nella sua fisicità: la serie di possibilità lessicali appuntate da Leopardi ai margini di pagina, le stratificazioni quasi geologiche dei quaderni di Natalia Ginzburg, o le revisioni fittissime che trasformano l’apparente naturalezza di un romanzo in un risultato di ostinata ricerca. Mettono in scena la fatica della scrittura, mostrando come perfino le opere più compiute siano il frutto di una lunga serie di scelte, e non di un’ispirazione istantanea.

Accanto al valore filologico e storico, questi autografi hanno una forza estetica: raccontano la fragilità, l’incertezza, la progressiva costruzione del testo. Ci ricordano che la letteratura non nasce già perfetta, ma si forma nel tempo, attraverso dubbi e tentativi. Per questo il contatto con il documento originale emoziona: vedere una strofa barrata da Montale o una frase riscritta tre volte da Ariosto significa entrare nella bottega di un autore e assistere al momento in cui il pensiero diventa parola.

L'autografo dell'Infinito di Leopardi

L'autografo dell'Infinito di Leopardi

  • Biblioteca Nazionale di Napoli

Ma cosa resta di tutto questo nell’epoca della scrittura digitale? L’idea che con il computer si perdano le varianti è solo in parte vera. Oggi molti archivi stanno raccogliendo file nativi digitali che, paradossalmente, conservano una quantità di informazioni superiore ai manoscritti: versioni successive, dati temporali, tracce di lavoro giornaliero. Si passa così dalla scarsità dei materiali antichi alla sovrabbondanza del digitale: una nuova sfida per la critica testuale, che richiede strumenti capaci di leggere le “impronte” informatiche lasciate dagli scrittori contemporanei. È la nascita di un nuovo campo di studi, il “digitale d’autore”, che rinnova l’antica domanda sulla genesi dei testi.

La mostra alla Farnesina, che si chiude simbolicamente con il manoscritto del Nome della rosa affiancato alla fotografia di Umberto Eco davanti al computer, segna questo punto di passaggio. Celebra un mondo che si trasforma, ma che continua a cercare un contatto con l’origine della parola letteraria. Perché, al di là del supporto – pergamena, carta o file – ciò che interessa davvero è la traiettoria dell’idea che diventa storia, poesia, pagina. È lì che nascono i classici, ed è lì che gli autografi – materiali o digitali – conservano ancora oggi il loro valore.

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Come nascono i classici

Alphaville 08.04.2026, 12:05

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  • Natascha Fioretti e Barbara Camplani

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