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“Michael” soddisfa ogni aspettativa, e delude tutti

Il film di Antoine Fuqua è esattamente quello che doveva essere, inutile lamentarsi per ciò che manca (tanto, si sapeva)

  • Un'ora fa
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  • Lionsgate Films
Di: Michele R. Serra 

Tutti, dalla BBC al New York Times. Sono tutti arrabbiati con Michael. O meglio, con Antoine Fuqua (regista) e Graham King (produttore), considerati i responsabili ultimi di questo biopic agiografico sulla più grande star che il pop americano abbia prodotto nell’ultimo quarto del Novecento.

Fuqua è un ottimo regista di film d’azione (Training Day è stato il suo zenith, ma anche la serie di The Equalizer ha regalato grosse soddisfazioni agli amanti del genere), King ha prodotto tanti film di Martin Scorsese e qualche perla inaspettata nella scorsa decade, da Rango a Argo (oltre ad essere stato al centro di voci riguardanti una sua relazione con Meg Ryan intorno al 2009). Il successo che gli garantirà una vecchiaia dorata – a lui e probabilmente a un altro paio di generazioni della sua famiglia – è però Bohemian Rhapsody, che con quasi un miliardo di incasso globale ha aperto la strada a una nuova era di biopic musicali patinati, che puntano su grandi dispositivi spettacolari e sull’imitazione pedissequa più che sull’interpretazione. Quindi.

Tutti, dicevo, sono arrabbiati con Michael. Perché? Perché il film non racconta la parte più raccontata della vita di Michael Jackson nel ventunesimo secolo, quella che riguarda le accuse di molestie sessuali su minori.

Ma francamente, è difficile capire cosa si aspettassero critici e giornalisti da un film progettato da – appunto – quello di Bohemian Rhapsody, e costruito con la collaborazione e l’imprimatur della Michael Jackson Estate. Ci aspettavamo di trovarci davanti a una narrazione che celebra l’eccezionale talento di uno degli uomini di maggior successo della storia dello show business statunitense, e della storia tout court di conseguenza. E Michael è esattamente questo, quindi si può dire che soddisfi le aspettative, almeno quelle ragionevoli.

Tanto più che si conclude con l’anno 1988, un lustro prima che venissero alla luce le accuse che avrebbero seguito tutta la fase finale della vita di Michael Jackson, conclusa bruscamente a causa di un’intossicazione da farmaci all’inizio dell’estate 2009. Fossi in King e compagni, ora aspetterei il fine settimana per annunciare che già nel 2027 arriverà nelle sale Michael 2, film che è stato girato in segreto insieme a questo, e che racconterà tutto quello che è rimasto fuori: il lato oscuro, se volete. Sarebbe un colpo di marketing sensazionale, ma è possibile/probabile che rimanga solo una mia fantasia. 

Sarebbe anche un colpo di scena in una storia – quella di Michael, nel senso del film – che rimane per il resto perfettamente prevedibile. Certo, l’attore protagonista è molto somigliante all’originale: è Jaafar Jackson, figlio di Jermaine e nipote di Michael. Certo, la voce durante le scene di canto è proprio quella di Michael Jackson: al contrario che in Bohemian Rhapsody, che prevedeva un mix tra le voci di Freddie Mercury e dell’attore Rami Malek, sono state usate direttamente le registrazioni originali. Certo, le canzoni sono molte e piuttosto note.

Tutto, però, rimane terribilmente routinario. E, per quanto sia ridicolo criticare un film per questo, posticcio. Si passa da un grande numero musicale all’altro e da un riassunto all’altro, comprimendo inevitabilmente anni interi in pochi minuti: per carità, non bisogna dimenticare che sintesi ed ellissi, fondamentali in pellicole del genere, sono arti complesse. Però possono portare a un risultato soddisfacente – come accadeva ad esempio in A Complete Unknown, per citare un altro biopic musicale ad alto budget – oppure no. Peccato.

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10 anni senza Michael Jackson

Telegiornale 25.06.2019, 22:00

Tra un’esibizione e l’altra, Fuqua porta avanti la narrazione fondamentale della vita di Michael, che gira intorno al rapporto con il padre. Joe Jackson tormenta il figlio, gettando le fondamenta traumatiche della tensione che lo accompagnerà per sempre: quella tra il desiderio di essere percepito come adulto e l’ossessione di ricreare un’infanzia mai vissuta. Ma anche questa storia risulta edulcorata come tutto il resto.

Sarà pur vero che, per attirare l’attenzione del pubblico, basta mettere in scena quelle quattro icone jacksoniane che hanno attraversato le epoche e rimangono ultra-riconoscibili anche dal pubblico di oggi, come dimostrato ad esempio dal successo di MJ The Musical, capace di incassare oltre 200 milioni di dollari e di completare una striscia ininterrotta di due anni di repliche a Londra; o dal fatto che la faccia di Michael Jackson appare sulle magliette del marchio-simbolo dello streetwear dell’ultimo quarto di secolo, Supreme. Basta, certo. Ma è difficile dire che sia abbastanza.

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