Cinema

Baby Reindeer è (anche) un attacco al patriarcato

Forze dell’ordine, preti, datori di lavoro violenti e anche una donna: la serie Netflix più vista degli ultimi tempi non fa sconti a nessuno, nemmeno al protagonista

  • 17 maggio, 08:06
  • CINEMA
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Baby Reindeer

  • Netflix
Di: Valentina Mira

Sette puntate, circa mezz’ora ognuna. La serie Baby Reindeer (“Piccola renna”) racconta di un comico-cameriere che viene stalkerato da una cliente del pub in cui lavora. Netflix ci dice che è una storia vera. La parola che più viene usata quando si parla di Baby Reindeer è “trigger”, va cioè a colpire dei tasti decisamente sensibili in chi la guarda. Il primo: Martha, la stalker, viene interpretata da una persona grassa. La rappresentazione delle persone grasse nel cinema è stereotipata da sempre, e di sicuro questa serie non la scardina ma la alimenta. Il tema in questo caso è la responsabilità di chi racconta le storie per il grande pubblico e il suo rapporto con la verità, ossia: se è successo davvero, non c’è proprio un altro modo di raccontarlo per evitare di ferire (ancora) le persone grasse con l’ennesima rappresentazione ingiusta? Ognuno ha la sua risposta. La scrittrice Loredana Lipperini su Facebook ha detto: «Lo premetto subito, il politicamente corretto, la cultura woke e tutte le parole di cui alcuni amano riempirsi la bocca non c’entrano niente. Però in treno ho provato a guardare Baby Reindeer e ho smesso dopo una puntata e mezza. Ma perché mai la stalker deve essere per forza una donna grassa? Ma quanto è vecchia e meschina questa cosa? Perché essendo grassa è giocoforza infelice? E perché non ci si rende conto che gli stereotipi ammazzano le storie? Bah.

Nota bene. A me ha dato fastidio. Ed è indubbiamente un MIO problema. Liberi voi di pensarla altrimenti. Ma non ditemi che è una storia vera, perché il raccontare non può aderire completamente al reale».

Questa la sua posizione, più che comprensibile e che parla di responsabilità autoriale. Un problema analogo lo aveva il libro Lucky di Alice Sebold, in cui l’autrice raccontava di uno stupro subito da un uomo nero e pure povero. La cosa - benché anch’essa basata su una storia vera, quella della stessa Sebold - andava inevitabilmente a rinfocolare le tante strumentalizzazioni degli stupri in funzione razzista (il cosiddetto femonazionalismo di cui parla Sara Farris nell’omonimo saggio). La responsabilità autoriale è un concetto da indagare di più, anche se è indubbio che la risposta alla stessa domanda è soggettiva e che è giusto così. C’è chi, come Loredana Lipperini e chi scrive questo articolo, ci s’interroga e fa delle scelte, e chi non si pone il problema o lo risolve in modo più lasco, meno politico. Ciò detto, non è la storia con Martha la stalker il vero nucleo della serie. Lo è, invece, il racconto di molestie e di stupro che riguarda un altro uomo. È una delle narrazioni più oneste e più toccanti (proprio perché oneste) di una dinamica complicatissima da spiegare. L’autore ci riesce.

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Baby Reindeer

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Tutto, dal non riconoscere le avvisaglie di un rapporto violento - o non volerle vedere - alle conseguenze di quella violenza, è reale. Pulsa di vita vera, non semplifica mai. Non condanna, non assolve. Racconta. Richard Gadd riesce a scrivere una serie coraggiosa da questo punto di vista, serie in cui fa una cosa interessante e che continuiamo a rinvenire in poche opere sull’argomento, se maschili ancora meno (l’unico che viene in mente è D. Hunter nel libro Chav): evitare il dualismo manicheo vittima-carnefice e indagare il lato oscuro della cosiddetta vittima, l’umanità del cosiddetto carnefice. Senza mai e poi mai evitare di ricordare che le responsabilità tra le due posizioni sono sbilanciate. Che c’è una persona che ne ha danneggiata un’altra, a prescindere dalla volontà dell’altra di imparare dai suoi errori (errori quali eccesso di empatia, incapacità di porre confini, codipendenza e perfino odio per sé stessi) e non raccontarsi vittima eterna. Ciò che vale in questa serie è nei dettagli: quando vediamo che lui, prima di essere violentato da Darren, gli mandava davvero molti messaggi; quando lo vediamo accettare il suo abbraccio di conforto proprio dopo la violenza, odio e affetto dalla stessa mano, che è poi il fulcro di tanti rapporti con persone abusanti. Richard non è mai la vittima perfetta, e questo è il punto di forza di Baby Reindeer.

Il momento più importante, che rende la serie degna d’esser vista, è con suo padre. Richard decide di parlargli dello stupro subito da un uomo. Il padre è uno tutto d’un pezzo, anche discretamente maschilista, o almeno così lo abbiamo conosciuto finora. Richard chiede: «Ora mi vedrai meno uomo?». Il padre risponde con un’altra domanda: «Tu mi vedi meno uomo?». Richard lo guarda confuso, il padre aggiunge semplicemente: «Sono cresciuto in mezzo ai preti cattolici», lasciando intendere che anche lui è stato abusato. Quello che viene messo in scena è un momento gigantesco: la fondazione di una nuova solidarietà tra uomini, tra padri e figli, basata non sul cameratismo e sull’autoassoluzione rispetto alla soppressione delle emozioni, quanto sulla verità. Sull’onestà emotiva, per essere precisi. Sul rinnegare il negazionismo, sul chiamare gli abusi col loro nome.

Baby Reindeer ha un valore perché è (anche) un attacco al patriarcato dall’interno. A chi abusa delle persone che lavorano con lui o con lei facendo leva su un divario di potere, a certi esponenti religiosi e al sistema che è connivente con le loro violenze, alle forze dell’ordine che qui vengono rappresentate come piene di pregiudizi e decise a non fare niente sui casi di stalking (con la violenza sessuale, Richard non prova nemmeno a denunciare, come il 90% di chi subisce uno stupro).

Pare infine che internet abbia identificato quasi subito la persona a cui è ispirata Martha, accusata di essere una stalker. Che lei abbia rilasciato un’intervista in cui nega tutto. Che non si sarebbe esposta se non fosse stata minacciata da frotte di utenti social. È quindi necessario dire che, che sia vero o meno quanto racconta la serie su di lei, chiara è la responsabilità dell’autore, ma soprattutto della piattaforma che avrebbe dovuto tutelare l’identità della persona citata; si è trovata a essere contattata non da gente che la conosceva ma da sconosciuti. Sintetizzando, quindi: passi avanti per la consapevolezza maschile, passi indietro per il concetto di giustizia trasformativa, e perfino per quello di garantismo.

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Baby Reindeer

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Quanto all’identità dell’uomo chiamato Darren, lo stupratore che lavora ai piani alti del mondo dello spettacolo, quella è stata invece tutelata a dovere. Forse si doveva la stessa premura a “Martha”. Per evitare ulteriori strumentalizzazioni misogine di una serie oscura ma non banale, va aggiunto un dato: gli autori di stalking sono uomini nell’85,9% dei casi, a fronte di un 14,1% di donne. Giusto ricordare che essere donna non ti mette al riparo da errori o veri e propri abusi (agiti, non subiti). È, in realtà, un’operazione profondamente femminista. Non siamo madonne, siamo esseri umani e tra di noi ci sono anche delle carnefici. Questo non vuol dire che vadano linciate sulla pubblica piazza. Che le piattaforme ne tengano conto quando decidono di non tutelare l’identità delle donne, non solo quella degli uomini che lavorano nello spettacolo e usano il lavoro come esca per drogare e violentare i Richard Gadd del mondo.

Spoiler tra le serie

Spoiler 23.04.2024, 13:30

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